Test sierologici a tappeto per le forze dell’ordine
Eseguiti su 1.400 fra carabinieri, finanzieri, vigili del fuoco e poliziotti Cristina Marchesi (Ausl): «Così individuiamo eventuali positivi per isolarli»
REGGIO EMILIA
Mentre si è appena aperta la possibilità dei test sierologici per il privato, si sta concludendo la partita dei test a tappeto per le forze dell’ordine: circa 1.400 persone tra carabinieri, vigili del fuoco, finanzieri, polizia municipale e polizia di Stato. Si tratta di due binari distinti, spiega la dottoressa Cristina Marchesi, direttrice sanitaria Ausl di Reggio Emilia.
«L’accordo sulle categorie di pubblica utilità è stato trovato subito ed è stato siglato in prefettura a Reggio in aprile. Per categorie di pubblica utilità si intende coloro che sono sempre stati esposti continuando il lavoro a contatto con il pubblico o su strada: i nostri sanitari (6.500 dipendenti, in primis reparti Covid, pronto soccorso e unità di strada), volontari del soccorso (gli addetti alle ambulanze, tuttora in corso) e le forze dell’ordine, secondo una scaletta di priorità».
I primi a sottoporsi al test rapido, a fine aprile, sono stati i carabinieri (350) e la guardia di finanza (un centinaio), seguiti dai vigili del fuoco (250).
La scorsa settimana abbiamo iniziato con la polizia municipale (200) e la polizia di Stato nelle varie specialità (500).
Ogni corpo ha potuto distribuire il personale della provincia negli ospedali capodistretto dove si eseguono i test. I numeri maggiori sono stati registrati a Guastalla e Castelnovo Monti, oltre che a Reggio, dove tutti gli agenti sono stati indirizzati all’ex ospedale Spallanzani: abbiamo concentrato lì i test perché ci sono spazi vuoti di notevole metratura, con un’ampia sala d’attesa e possibilità di stare all’aperto».
L’adesione al test sierologico avviene su base volontaria, ma secondo Marchesi «i numeri sono importanti».
Funziona come per gli esami di gravidanza fai-da-te che si comprano in farmacia. «Si punge un dito, si mette una goccia di sangue in una finestrella, si aspetta 15 minuti – spiega – E si legge il risultato in base alle “aste” o righe che compaiono: la prima asta è di controllo (dice se il test è stato svolto correttamente), se appaiono la seconda e la terza significa che sono presenti gli anticorpi provocati dal virus».
In quest’ultimo caso si ripete il test rapido e, se il risultato è ancora positivo, ci si sottopone al tampone; nel frattempo, per precauzione, scatta la quarantena. I risultati non sono disponibili perché va completata la mappatura.
«Abbiamo riscontrato qualche caso di positività, ma rari e in percentuali minime». Poca roba. Il laboratorio all’ex Spallanzani «è attivo dalla mattina alla sera sette giorni su sette, festivi compresi», ma poiché si tratta di centinaia di persone e solo di recente si è accelerato («all’inizio avevamo pochi test disponibili») la programmazione dei test proseguirà per parecchio tempo, «fino a quando non saremo fuori dall’emergenza». Al di là delle polemiche nazionali sull’attendibilità del test rapido, Marchesi ha chiarito le finalità.
«Il test sierologico anzitutto ci consente di individuare eventuali positivi e di isolarli prontamente; inoltre è un modo per capire come sta circolando il virus all’interno di certe categorie particolarmente esposte, è importante per le indagini epidemiologiche. Il test ci restituisce la fotografia del momento, che però potrebbe cambiare domani: perciò, per quanto riguarda il singolo, non da la patente immunitaria e non dev’essere un alibi per false sicurezze. Non è un motivo per sprezzare le raccomandazioni: se si è positivi si è dotati di anticorpi (ma non siamo in grado di stabilire quanto protettivi e per quanto tempo), se si è negativi significa che non si è mai entrati in contatto con il virus e quindi si è a rischio». —
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