Ristoranti, buona la prima «Molte prenotazioni ma non siamo detective»
Bene le cene ma anche tanti i dubbi tra i ristoratori: c’è chi apre e chi rimanda Incognita sugli assembramenti fuori dai locali e sul nuovo rapporto con i clienti
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA
Per una volta, dopo più di due mesi, si sono seduti al tavolo per essere serviti e riveriti. Sono i primi clienti che già ieri hanno preso posto nelle distese riaperte – soprattutto per cena – dei ristoranti reggiani che, tra mille dubbi, hanno deciso di compiere un passo verso la normalità e per tentare di salvare gli affari. Molte le prenotazioni giunte già ieri, soprattutto per il fine settimana, nuovo test per capire la tenuta delle regole e il senso di responsabilità dei clienti nella fase di convivenza col virus.
«Stasera abbiamo già prenotazioni, ma soprattutto per venerdì» dice col metro in mano Fabio Torricelli del Rookie di piazza Fontanesi, contitolare del Jigger di via San Carlo: «Noi abbiamo spazio per aperitivi e cene, siamo fortunati. Ma non possiamo assicurare che venerdì non ci sia folla in piazza. Al Jigger chiederemo un paio di stalli per mettere altri tavolini. Vediamo».
La regola regina, la più difficile da far rispettare, è una: distanza di almeno un metro tra un tavolo e l’altro. E allo stesso tavolo solo congiunti. E qui, spesso, casca l’asino. «Io apro mercoledì con la distesa – ci racconta Giovanni Ghirelli di Màgna e Tès di via Manfredi – Ho già prenotazioni e mi hanno chiamato anche per un tavolo da 13 ma gli ho risposto che se sono amici mi servirebbero 26 tavoli. Le coppie invece possono mangiare allo stesso tavolo, senza distanziamento. È la regola ma non possiamo mica fare i detective. Fa però capire come la gente non abbia ancora ben chiaro che fase stiamo vivendo». Posizione condivisa da tanti: la selva di regole che sottende la riapertura dei ristoranti è fittissima, fatta di cavilli vissuti dai ristoratori come trappole. «Io il menù ce l’ho sempre avuto a lavagna, la carta dei vini è plastificata e viene sanificata con uno spruzzino a base alcolica. Le posate? Più sterilizzate di quelle da lavastoviglie non so cosa ci sia. Certo è che capire tutto è un’impresa», sottolinea Ghirelli.
La differenza tra chi apre e chi no è spesso legata alla distesa. I locali piccoli e sprovvisti, ristoranti in primis, restano chiusi. Chi ce l’ha già è “salvo” e chi ha spazio davanti la sta chiedendo, come le ragazze di Nanì, ristorante e gastronomia di via Fornaciari gestito da Veronica e Francesca Sezzi, inaugurata poco prima del lockdown, come Màgna e Tès, che hanno subito tentato la carta delle consegne a casa per recuperare. «Ma da mercoledì apriamo la distesa qui davanti a pranzo e con l’aiuto anche dei negozianti che per quell’ora chiudono possiamo allargarci un po’, senza occupare i parcheggi qui di fronte». Solidarietà tra parti, come si capisce dalle parole di Domiziana Zambelli e Laura Zini, che hanno già accolto dei clienti ieri a pranzo, nella distesa della loro Spumanteria All’Opera, sotto l’Isolato San Rocco. «Useremo solo l’esterno. Anche a noi hanno prenotato un tavolo per sei per venerdì – raccontano – trattandosi di coppie, mettiamo loro tre tavoli a distanza». L’Isolato è una distesa “naturale” e coperta: «Speriamo che si rianimi con altri locali, qui c’è posto e anche per l’inverno». Per far posto a distese più ampie bisogna rimettere però in funzione i pilomat – come promesso dal Comune – sapendo che alcuni parcheggi spariranno.
«Noi facciamo già consegne a casa ma riapriremo da giugno» è la linea cauta scelta invece di titolari del Taberu, uno dei locali di cucina fusion cinese e giapponese più rinomati del centro: «Aspettiamo che sia tutto più chiaro». E in tanti sono della stessa idea. Anche allo Spigolo di Piazza Casotti apriranno i giorni prossimi e hanno già prenotazioni. «Ma facciamo servizio solo esterno: se piove resteremo chiusi» dicono tra una misurazione e l’altra. Spazio ce n’è, ma anche qui sono arrivate richieste per delle tavolate.
«Noi riapriamo venerdì ma ci vorrebbero 10 regole chiare, non 160 pagine di regole. Non abbiamo ancora capito bene cosa c’è da fare». Lo sfogo parte dietro la vetrina della Morina, trattoria reggiana di Corso Garibaldi. La titolare è indaffarata: poco tempo per le chiacchiere e il cruccio di non compiere passi falsi. «Aprire qualche giorno dopo non cambia nulla, tanto il danno è fatto: viviamo nell’incertezza ma ci stiamo dando da fare». —
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