A Reggio fiorisce la ricerca sul virus «Ora giochiamo all’attacco»
Massimo Costantini, direttore scientifico dell’Irccs di Reggio nel comitato per lo studio nazionale sulla terapia col plasma
REGGIO EMILIA
Nel comitato scientifico che ha il compito di supervisionare lo studio nazionale, autorizzato dal Comitato etico dell’Inmi Spallanzani di Roma, sull’efficacia della terapia con il plasma ottenuto da pazienti convalescenti da Covid-19, c’è anche Massimo Costantini, direttore scientifico dell’Irccs di Reggio Emilia e responsabile dell’attività di ricerca dell’azienda Usl di Reggio Emilia.
Lo studio Tsunami (acronimo di transfusion of convalescent plasma for the treatment of severe pneumonia due to SARS.CoV2) è stato attivato su indicazione del Ministero della Salute, è promosso dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e vede al momento coinvolti 56 centri, distribuiti in 12 regioni. «È uno studio importante – spiega il dottor Costantini – che ha l’obiettivo di valutare l’efficacia della somministrazione precoce di plasma in pazienti con polmonite da Covid-19. Importante anche perché si avvale di un comitato scientifico con funzione di sostegno e supervisione, e perché ha il coordinamento centrale dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Aifa».
Della terapia con plasma si sta parlando molto, spesso anche a sproposito, ma che cos’è e come funziona?
«Della potenziale efficacia del plasma si è iniziato a parlare anni fa in altre epidemie virali come quelle di Ebola e Mers. L’ipotesi è che gli anticorpi di un paziente guarito possano avere un ruolo terapeutico nei confronti di persone affette dalla stessa malattia, innescando la loro risposta immunitaria. Nel 2015 è stata fatta una metanalisi, cioè sono stati raccolti tutti gli studi completati e pubblicati, per capire se la terapia con plasma potesse effettivamente essere efficace per le infiammazioni respiratorie acute virali, ma non è emersa una risposta certa. Ci sono i presupposti perché questa terapia, che è abbastanza sicura, non richiede degenza e nemmeno particolare impegno nella somministrazione, possa essere efficace, ma al momento non abbiamo l’evidenza che lo sia. Ecco il perché dello Studio Tsunami».
A che punto è lo studio?
«Si stanno stabilendo alcuni protocolli per standardizzare le procedure di estrazione del plasma, donazione, stoccaggio... Ci troviamo però, per fortuna, davanti a una difficoltà, ovvero la mancanza di pazienti. Lo studio, infatti, vuole stabilire l’efficacia della terapia con plasma in una fase precoce della malattia, quindi su pazienti ricoverati in ospedale ma non in terapia intensiva».
Le prossime fasi?
«I pazienti che hanno superato la malattia verranno identificati, poi verrà chiesto loro di partecipare alla donazione. Se saranno idonei verrà prelevato il sangue, verrà separata la parte cellulare da quella plasmatica, ottenendo così quello che è chiamato plasma superimmune che, se privo di patogeni, verrà congelato e conservato. Ai pazienti candidabili allo studio verrà proposto di partecipare e verrà iniettato il plasma scongelato».
Non è un caso che sia stato chiamato a far parte del comitato scientifico dello Studio Tsunami: a Reggio Emilia è stato un proliferare di ricerche dall’inizio dell’epidemia.
«Quando il Covid-19 è arrivato in Italia l’animo dei ricercatori si è risvegliato e tutti si sono messi a fare ricerca. All’Arcisperdale Santa Maria Nuova-Irccs di Reggio Emilia tutti i reparti si sono messi all’opera producendo studi in campo farmacologico, epidemiologico, per capire l’andamento e i fattori di rischio della malattia, i meccanismi biomolecolari che potessero spiegarne la specificità, gli aspetti etici, l’efficacia delle cure palliative, l’impatto sull’oncologia e sulla ematologia. Abbiamo pubblicato i nostri studi su riviste internazionali di prestigio, abbiamo partecipato a diversi studi farmacologici prodotti da altri e ne abbiamo promossi altrettanti. Abbiamo anche messo a punto due protocolli spontanei, che sono quasi giunti alla conclusione: uno per valutare l’efficacia del Tocilizumab, un farmaco contro l’artrite, che coinvolge 25 centri italiani; e l’altro sul cortisone».
Ogni giorno che passa è un giorno in più di conoscenza, cosa sappiamo ora del Covid-19?
«Rispetto all’inizio dell’epidemia sappiamo molto di più. Sappiamo che questo virus provoca una malattia che ha caratteristiche specifiche. Dopo il contagio, tra 1 e 14 giorni, di solito dopo 4-5, nella maggior parte dei pazienti sintomatici compaiono sintomi transitori e leggeri, ma nel 10% dei casi il virus provoca un interessamento polmonare con polmonite più o meno estesa e, a seconda delle condizioni del paziente, più o meno grave. Questi pazienti nella maggior parte dei casi hanno un decorso positivo, ma una quota di loro si aggrava e ha bisogno di ospedalizzazione, una quota di questi ultimi ricorre alla terapia intensiva, una quota muore. Sappiamo che c’è una fase iniziale della malattia, detta virosi, in cui c’è una forte replicazione del virus che porta, poi, alla cosiddetta tempesta citochimica e alla risposta infiammatoria, diversa a seconda dei soggetti. In poche parole questa malattia inizia come virale e si trasforma in infiammatoria. È una malattia molto complessa, sicuramente molto più di quanto si pensasse all’inizio».
Nel corso del tempo sono diminuite le ospedalizzazioni, questo perché sono stati fatti progressi con i trattamenti?
«A livello di terapia, lo dicevamo prima, non abbiamo ancora evidenza dell’efficacia di un farmaco o di un intervento terapeutico. Però siamo diventati più bravi a trattare la malattia. Abbiamo fatto progressi nella terapia di supporto, quindi nella somministrazione di ossigeno a dosi crescenti, fino alla ventilazione non invasiva e all’intubazione in terapia intensiva; e anche nel controllo della sofferenza e della dispnea. In questi ambiti possiamo contare su interventi di comprovata efficacia».
E per quanto riguarda il vaccino?
«Anche il vaccino andrà sperimentato e ci vorranno mesi, per essere ottimisti, per essere applicato su larga scala. Sicuramente dicendo mesi pensiamo a un plurale a due cifre. Ma vorrei sottolineare che stiamo parlando di una malattia assolutamente nuova e che in soli tre mesi, dal caso di Codogno, abbiamo imparato tantissime cose e stiamo finendo le sperimentazioni sui farmaci. Solitamente per ottenere questi risultati ci vogliono anni».
Cosa si aspetta nei prossimi mesi?
«È evidente che il lockdown ha funzionato e ha salvato la situazione, ora siamo nella fase della riapertura e nessuno può sapere cosa succederà. Il virus c’è ancora, lo dimostrano i nuovi positivi, ma le persone sono più attente, al di là delle normative e dei decreti, sono più consapevoli di quello che si può e non si deve fare. Non mi aspetto un aumento massiccio di contagi. Anche perché tutte le Regioni, chi più chi meno, stanno optando per politiche attive volte ad andare a cercare i casi positivi e metterli in quarantena. Rispetto a febbraio e marzo, mi passi la metafora, stiamo giocando non in difesa ma in attacco».
In questa fase dunque quanto sono importanti tamponi e test sierologici?
«Quello su cui tutti siamo d’accordo è che non si possa stare fermi, ma si debba andare a cercare il virus. Il come dipende dagli strumenti a disposizione, e i nostri strumenti non sono perfetti: i tamponi, ma anche la sierologia, si lasciano dietro casi positivi non identificati. Il test sierologico seguito dal tampone mi sembra il miglior compromesso possibile tra efficacia e fattibilità. Ma ancora una volta c’è bisogno di fare ricerca: servono test che ci permettano una maggiore precisione nella identificazione dei casi positivi, possibilmente usando tecniche accettabile e veloci».
Chissà se ci ricorderemo dell’importanza della ricerca anche quando tutto questo sarà finito...
«Mai come ora la necessità di avere la migliore clinica e la migliore organizzazione sanitaria possibile deve essere coniugata con una buona ricerca, sia sul piano clinico sia su quello organizzativo. Non si può pensare che la ricerca venga fatta solo dal centro di eccellenza e che gli altri applichino quanto studiato. La Regione Emilia Romagna ha definito la ricerca come elemento costitutivo del sistema sanitario regionale, e l’azienda Usl Irccs di Reggio Emilia, lo dico da ligure, non da reggiano, è stata in questo un modello: qui la ricerca è vista come opportunità per tutto il personale, per tutti i reparti. Bisogna solo sperare che la consapevolezza di volere un sistema sanitario pubblico efficiente e ben finanziato, che ora è condivisa dall’opinione pubblica e, a parole, da tutta la politica, sia seguita, nei prossimi mesi e anni, da provvedimenti concreti per farlo funzionare sempre al meglio». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
