«Aiutatemi a riportare in Italia mio figlio dall’inferno delle prigioni dello Sri Lanka»
L’appello disperato della madre di Mattia Giberti di Pieve Modolena, da 15 mesi recluso per possesso droga, accusa che resta ancora da dimostrare, e in attesa di processo
REGGIO EMILIA. «È passato un anno e tre mesi da quando Mattia è stato arrestato in Sri Lanka, con un’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti che resta da dimostrare. Mio figlio è in attesa del processo (dal 9 febbraio dell’anno scorso), potrebbe essere innocente, nonostante ciò, con la pandemia in corso, è ancora rinchiuso in un carcere dove le condizioni igieniche sono terribili. Non posso neppure ascoltare la sua voce, chiamarlo per avere notizie sulla sua salute da lui». A dirlo è Carla Maramotti, madre di Mattia Giberti, trentasettenne di Pieve Modolena. Dopo un lungo silenzio, la donna ha deciso di riportare sotto i riflettori il caso del figlio, nonostante vedere il nome del figlio associato a una vicenda di droga la faccia stare male. «Mattia è innocente e comunque le accuse sono da dimostrare. Vive in condizioni infernali per le quali si è ammalato e ora affronta il rischio del Coronavirus. Il fatto che sia costretto a stare lontano dalla figlia piccola lo rende disperato e anche la bimba soffre».
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La donna insieme ai tanti amici che Mattia ha conosciuto lavorando in giro per il mondo, da ultimo in Spagna, sta cercando di aiutare a distanza il giovane, ad esempio facendogli avere cibo italiano. Il console italiano a Colombo si incontra regolarmente con lui. «Era in programma che io partissi - dice la donna - ma lui non voleva che lo vedessi in quelle condizioni. Qualche volta l’ho sentito per telefono».
Mattia è stato condotto dietro alle sbarre nel 2019, perché accusato di detenzione di cocaina. Da allora è in prigione in attesa di un processo che dia lui la possibilità di esercitare il diritto di difendersi, ma finora non è stata annunciata alcuna data di inizio.
«L’ultima persona a fargli visita è stata un’amica, alcuni mesi fa. Mi ha raccontato cosa ha visto e sentito: una stanza di circa 50 metri quadri che Mattia condivide con altre decine di detenuti, tra i 40 e i 50 compagni di cella. Quando dormono sono separati dal pavimento solo dalle coperte, non ci sono materassi; topi, scarafaggi e zecche girano tra loro. Il bagno (più che altro un buco) è condiviso da tutti i detenuti presenti in cella, ed è utilizzato anche per lavare i piatti. Il cibo è poco, l’acqua non è potabile. Mi ha fatto sapere che nelle celle non c’è pavimento: sono baracche con i tetti di lamiera. Ho saputo inoltre che è dimagrito di più di 10 chili, e il suo stato psicologico non è buono. Soffre di depressione. Solo grazie alla testimonianza della madre di un altro ragazzo italiano che è stato in prigione con Mattia ho saputo che l’anno scorso ha avuto un’infezione, dalla quale poi è guarito».
Le preoccupazioni della donna sono accresciute dall’emergenza sanitaria in atto nel mondo. «Sono preoccupata, temo per la salute di mio figlio: non esistono dati relativi alla diffusione del Covid-19 nelle carceri in Sri Lanka e le condizioni di detenzione sono spaventose, altroché distanziamento sociale. La Farnesina, soprattutto in questo periodo, dovrebbe tutelare tutti i cittadini all’estero, mentre tutto appare bloccato, nonostante il lavoro portato avanti ogni giorno dall’Ambasciata italiana in Sri Lanka».
La madre del reggiano è preoccupata anche per i risvolti processuali. «Mattia è stato arrestato in un taxi al cui interno hanno trovato 50 grammi di cocaina, era con un ragazzo israeliano che dopo cinque giorni è stato rimesso in libertà e espulso. A Mattia hanno dato la colpa di tutto, senza una prova certa e ad oggi senza un processo, il tutto in circostanze dubbie. Ad oggi ci sono state solamente delle udienze ogni 15 giorni per confermare l’arresto. L’ambasciata sta facendo un grande lavoro: sono stati fatti decine di passi ufficiali, grida, suppliche che però sono rimaste inascoltate». —
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