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Dimmi come stai portando la mascherina e ti dirò chi sei

Dimmi come stai portando la mascherina e ti dirò chi sei

Il dispositivo è diventato un oggetto di interpretazione della nostra personale percezione del virus e del buonsenso

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La sorpresa di incrociare un incomprensibile - sì, incomprensibile - giapponese o cinese in giro per l’Italia con la mascherina sembra appartenere a un’altra epoca. Ci scherzavamo sopra. Abitudine salutista, consuetudine esotica per un raffreddore o contro la nostra atmosfera inquinata... In due o tre mesi quella precauzione in tessuto per la difesa nostra e degli altri è diventata un oggetto obbligato, di culto, vitale. Ma ormai troppo spesso, purtroppo, anche “personalizzato”. Qualche sociologo o psicologo potrebbe vedere rappresentato nella mascherina anti-contagio il mondo esterno, il suo dramma e il suo disagio. E così la mascherina - catalogata fra i Dip, dispositivi di protezione individuale - può diventare un oggetto di interpretazione.

Ogni cittadino la usa secondo la propria percezione del virus, della sua paura del morbo, del suo rispetto delle norme. Proponiamo in questa doppia pagina un catalogo di quante modalità finora si possono registrare circa l’utilizzo della mascherina, in strada, nei negozi, durante le conversazioni, il lavoro, i trasferimenti sui mezzi pubblici. Il catalogo che rappresenta gli 8 casi più generalizzati risponde al quesito “dimmi come porti la mascherina e ti dirò chi sei”. Quindi, se il procurarsi la mascherina è un tema economico e commerciale di rilevanza nazionale, la modalità del suo impiego è invece legata al buonsenso, quindi alla sfera della responsabilità personale nei confronti degli altri. —

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