«Mi infiltrai in Cosa Nostra dopo Capaci e via D’Amelio»
In una delle ultime deposizioni del gennaio scorso Bellini ricostruisce il suo ingresso nella mafia siciliana
REGGIO EMILIA
«Io mi sono infiltrato in Cosa Nostra, è un concetto ben diverso “volere” e “riuscirci”. Io c’ero e ben piazzato». E poi: «Quella schifezza... guardi, sarò molto più breve, perché se mi si alza troppo la pressione potrei rischiare un infarto. Allora con calma, un attimo che mi tranquillizzo, nasce dal fatto delle stragi di Falcone e Borsellino. Dopo Borsellino io decido, avendo forse una possibilità che secondo me era fattibile, d’infiltrarmi in Cosa Nostra». È il 10 gennaio scorso. E in una delle sue ultime deposizioni, nelle vesti di testimone al processo sulla ’Ndrangheta Stragista, la Primula Nera Paolo Bellini riconduce alla strage di Capaci (di cui oggi si celebrano i 18 anni) e via D’Amelio la sua decisione di infiltrarsi in Cosa Nostra, avviando quella che viene considerata la seconda trattativa sulle opere d’arte.
Un racconto che lo stesso Bellini aveva reso anche in precedenza in altre sedi giudiziario, sostenendo di essere «schifato» dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. E riconducendo la sua decisione di infiltrarsi all’impressione che gli fecero i due attentati contro Falcone e Borsellino: un’infiltrazione riconosciuta anche dal boss Totò Riina, che – come già noto – affermò che «questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi».
Vicende su cui si sono accesi i riflettori, seppure marginalmente, anche nell’interrogatorio dell’ex moglie, nel 2019, nell’ambito dell’inchiesta mandanti sulla strage di Bologna. In quella circostanza, al donna ha riferito che Bellini «lavorava per lo Stato», proprio in relazione alla seconda trattativa sulle opere d’arte. —
E.Spa.
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