Ricordando le piazze Gioberti e del Cristo... Meglio il restauro timido
L’editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. Critica, fustiga e boccia la riqualificazione del Percorso Ducale che il Comune esibisce come la sua particolare motivazione d’orgoglio. Ma la Deputazione di Storia Patria, come tutti gli altri avversatori, ha torto. Anzi, ha un torto: sembra non sapere che opponendosi alle scelte urbanistiche e architettoniche dell’amministrazione cittadina va a sbattere contro il caucciù (gomma naturale).
Le recenti riqualificazioni di piazza Gioberti e piazza del Cristo sono una lezione della Giunta circa la sua inflessibilità nel portare a compimento i progetti. Il Comune crede fortissimamente nella sua linea di interventi più o meno riformativi o unicamente estetici. Non saranno quindi le rinnovate proteste in sovrintendenza o al ministero dei Beni Culturali a mettere in discussione o addirittura bloccare gli altri imminenti cantieri.
Lavori che la Deputazione di Storia Patria bolla come “sconvolgenti” dell’eredità estense; basati su una relazione storica “fuorviante”; e l’evocazione del Percorso Ducale “cosa assurda”; con rotatoria “devastante”. Vi par poco?
Reggio Emilia è una città – tutto il mondo italiano è paese – dove la convivenza fra storia e contemporaneità è conflittuale. E così non ci sarà verso per una pacificazione, per una scelta mediana sulla pietra di Luserna, il cordolo spigoloso, gli alberelli sagomati come nei cartoni animati, gli specchi d’acqua, i lampioni simil-Ottocento.
La nostra città è ancora più esposta a questa incomprensione. Sapete perché? Perché ha molta fame della sua storia spesso inespressa, ed è parecchio eccitata dal futuro. Qui gli storici non incontrano i riqualificatori, e i riqualificatori non incontrano gli storici. Non vogliono parlarsi.
L’esito – mi pare – è strabico. La storicità vede nel centro di Reggio Emilia un carattere “atestino” (della casa d’Este, per capirci) che rischia di produrre nostalgia e atteggiamenti archivistici. Gli appassionati della Reggio vecchiotta rischiano di essere promossi a difensori di un passato che è passato. I riqualificatori (amministratori e progettisti) invece stanno diventando liberi rifunzionalizzatori: coloro che mutano ruolo agli spazi e ai paesaggi urbani. Ma un obelisco era un obelisco, un prato è un prato, una siepe è una siepe. L’arredamento bello, oltre che essere passeggero come il gusto, le soluzioni o i materiali, non deve trasfigurare la città.
Sto assestando una botta al cerchio e uno alla botte? No. Lo spirito che propongo è quello di far dialogare le due sensibilità. L’effetto, il risultato sarà filologico, cioè interpreterà con rispetto l’esistente. A Reggio Emilia serve il “restauro timido”. La definizione è stata coniata da un architetto cremasco, Marco Ermentini.
Consultate il suo libro, sperimentate il consiglio: “La vera ricchezza del restauro timido è di saper intervenire con poco, del quale non vi è mai penuria, utilizzando la conoscenza, la conservazione dell’esistente e la stratificazione della nuova architettura con cautela, con attenzione, umiltà e intelligenza. Essere timidi non è un segno di un minor grado di presenza, piuttosto indica un modo più discreto di situarsi nella realtà utilizzando la non violenza verso le cose”.
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