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Didattica a distanza? Un elettrodomestico Ma ascoltiamo la spinta dell’innovazione

DANIELE CASTELLARI* ; *docente di italiano e latino al liceo scientifico “Moro”
Didattica a distanza? Un elettrodomestico Ma ascoltiamo la spinta dell’innovazione

Il professor Castellari, dopo mesi di video e piattaforme, riflette su come approfittare di un’opportunità nata dalla necessità  «Se le superiori partiranno con classi a metà, perché non pensare a una doppia comunicazione per aprire nuove strade?» 

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L’intervento

DANIELE CASTELLARI*

La Didattica a distanza è un ossimoro, un controsenso. Mi ci sono applicato, come tutti gli insegnanti, per necessità; praticante, non credente. Non credo neanche nell’adozione a distanza, pur praticandola. Figuriamoci nella didattica... Ma non vorrei sparare sulla cosiddetta Dad, l’hanno compreso tutti che si tratta di uno stupendo elettrodomestico e nulla di più. Mi interessa di più riflettere da insegnante sulle spinte all’innovazione che questo periodo di cammino nel deserto ci suggerisce.



1.Mentre ragioniamo, la situazione si evolve di ora in ora e poiché pare che i ragazzi fino alla terza media da settembre torneranno fisicamente a scuola, la didattica a distanza potrebbe rimanere nella prima parte dell’anno per le sole scuole superiori, che vedrebbero le classi divise a metà, fra didattica in presenza e a distanza, a seguire la medesima lezione del docente. E sarà ancora un’occasione mancata. Se davvero alle superiori saremo condannati a ripartire con una scuola double face, è un peccato che non si pensi di cogliere un’opportunità offerta dalla necessità e non si decida di approfittare della doppia comunicazione imposta dalla prevenzione sanitaria per intraprendere nuove strade. Il tempo e lo spazio potrebbero dialogare diversamente e la didattica a distanza, anziché prestarsi semplicemente a ragioni di cautela sanitaria e di ordine pubblico, farebbe valere la sua vocazione alla globalità comunicativa. Una videoconferenza può ospitare una platea virtuale con numeri quantitativamente rilevanti e liberare spazi a scuola, ove le energie degli insegnanti potrebbero essere orientate a modulazioni diverse del sapere, per esempio l’esercizio e la ricerca. Una lectio magistralis si può rivolgere a ben più di una classe, mentre sarebbe interessante suddividere contemporaneamente piccoli gruppi di studenti nelle aule vacanti per set laboratoriali sia di qualità applicativa che creativa.

In questo periodo gli insegnanti hanno scoperto da una situazione impropria i difetti della routine scolastica, che la didattica a distanza ha enfatizzato: un risucchio di energie per produrre, legittimare e giustificare il proprio artigianato e poco tempo per ricaricare le batterie della creatività. Ma di tutta questa produzione quanto rimane? E ne beneficiano tutti? E perché non risparmiare energie e risorse di tempo produttivo dei docenti per recuperare idee innovative, collaborazioni fra di loro, progetti alternativi e sperimentali, servizi ad allievi meno attrezzati da tutti i punti di vista? Uno scambio alla pari che, senza esagerare, potrebbe riguardare il 10-15% delle ore di un insegnante: uno snellimento delle funzioni burocratico-impiegatizie per un laboratorio permanente di pensiero creativo in ogni scuola. Sarebbe un bel regalo per prendere in contropiede questo tempo difficile e farne un’innovazione anche per il dopo.



2.Liberare tempo per pensare: che investimento gratificante per tutti gli attori della scuola! Oltretutto il cordone sanitario imposto dalla pandemia ha rivoluzionato l’anno scolastico e fra le altre cose ha inferto un duro colpo alle programmazioni, alle didattiche calcolate al millesimo, alle espressioni algebriche e quasi algoritmiche di obiettivi-metodi-contenuti che sulla carta danno sempre esiti precisi di valutazione. Invece quest’anno ha vinto l’imprevedibile, a tal punto da gettare nel caos le tassonomie e tutto l’armamentario totemico della didattica e della docimologia “calcolata”. E quasi subito, davanti alla scialuppa d’emergenza offerta dalla tecnologia, qualcuno si è affannato a rispolverare le lodi a internet di inizio millennio, salvo rimangiarsele dopo due mesi di didattica tecnologica. Nel frattempo noi insegnanti scoprivamo che ciò che davvero restava in piedi in situazione essenziale di calamità era già presente anche prima e non era sorto per grazia dell’elettronica nè era stato salvato da alchimie di didattica superprogrammatoria. Si salvava, come sempre nei contesti in cui il bisogno rende le cose “autentiche”, ciò che già esisteva e magari depurato ed essenziale: la relazione con i ragazzi e con le loro famiglie, l’empatia, la cura reciproca, la passione e la condivisione di idee e sogni. Un particolare mi ha colpito nel cerimoniale della didattica a distanza. Al termine della lezione, quasi sempre, i ragazzi salutano dicendo: “Grazie”. A ben pensarci suona strano come omaggio al docente per un gesto – essere lì a dialogare con loro – che in fondo è un atto dovuto, oltretutto remunerato. Il grazie appartiene normalmente ad altri rituali umani che afferiscono alla sfera antropologica del dono, eppure credo che mai come in questo frangente contenga intatto il suo significato etimologico: rendere grazie all’evento di trovarsi e di celebrare un incontro. La straordinarietà del tempo che stiamo vivendo ci ha fatto riscoprire qualcosa di profondo che davamo per scontato: la scuola è la celebrazione di un incontro fra persone, pensieri, passioni.

Ma allora perché non incoraggiare la formazione di una generazione nuova di insegnanti, impegnandoci meno a renderli “conformi alle norme vigenti” e regalando loro spazi e tempi per allenarsi al pensare? Alla libertà di pensare. Male che vada, per abituarsi al microonde-padlet o all’armadio-classroom, impiegheranno poche settimane...

Un filosofo del secolo scorso sosteneva che nel momento della necessità c’è bisogno di poeti. È vero. Al futuro, specie quando s’impone con lo stigma dell’imprevedibilità, ci si prepara con la propria umanità, meglio se arricchita dal desiderio e dall’allenamento a vedere oltre. Gli attrezzi non bastano. Manco le armi bastano, immaginiamoci gli utensili.



3.Mi accorgo che discorsi del genere potrebbero essere tacciati di semplificazione eccessiva, di riduzione idealistica a un sogno di scuola che non esiste. Credo al contrario che abbiano una dose di realismo scaturita anche da questi mesi di video e piattaforme. La scatola-video, grazie alla quale e davanti alla quale abbiamo cercato di ristabilire una connessione con gli studenti, ci ha costretto all’essenziale con l’economia impietosa dell’inquadratura unica in cui si perdevano contorni, sfumature, espressioni. Abbiamo dovuto fare i conti con la fragilità della comunicazione e imparare a investire su ciò che davvero volevamo che fosse trattenuto. Mi è risultato ancora più evidente che insegnare l’essenziale significa concentrare l’attenzione su tutto ciò che parla alla vita e della vita. L’ornamento può talvolta essere un delitto – ci ricordava un secolo fa Adolf Loos, riformatore dell’architettura.

Tuttavia la scuola una sua essenzialità ce l’ha e ci siamo battuti tutti per farla sopravvivere in attesa di riviverla. È la sua profonda ritualità che riesce a dare forma al tempo, a scandire il ritmo della vita – come un tempo le campane dei paesi – perché la scuola è rimasta una delle poche realtà dove si sente l’imminenza della festa e la solidità della ferialità e dove la ri-petizione ci rende ri-conoscibili a noi stessi e agli altri. La ripetizione autentica, però, quella che sfugge alla riproducibilità automatica e che impegna ognuno a ri-fare, ri-petere. ri-sorgere (anche nel senso di alzarsi ogni mattina).

E in quel ri-c’è la novità, che si nutre di volti, di corpi, di sguardi, di spazi. Come in teatro: Amleto è sempre il testo di Shakespeare intitolato “Amleto”, ma mentre si ri-fa, esso ri-vive.

*docente di italiano

e latino al liceo

scientifico “Moro”



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