Il pm: «Divise sporcate» La difesa di Cannizzo «Accuse senza le prove»
BOLOGNA
«Purtroppo, nel processo Aemilia, ci sono casi di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine, che hanno sporcato la divisa vestita, mancando prima di tutto di rispetto ai loro colleghi che hanno sempre lealmente servito le istituzioni». Lo ha detto – ieri mattina – il sostituto procuratore generale Valter Giovannini, trattando nell’appello di Aemilia la posizione di Mario Cannizzo, ex carabiniere in pensione che è accusato di tentata estorsione e simulazione di reato.
Parole forti che hanno suscitato la dura replica, in arringa, dell’avvocato difensore Giovanni Tarquini: «Per condannare e, prima ancora, per accusare occorrono prove chiare certe, che risolvano le vicende al di là di ogni dubbio ragionevole. È un principio di civiltà che occorre gridare a gran voce, soprattutto in tempi bui per il diritto, come quelli odierni. La sentenza di primo grado che ha condannato Cannizzo non ha rispettato questi principi, trattando la sua figura in modo generico e superficiale, senza scendere nei dettagli delle singole vicende che gli si contestano e senza verificare le spiegazioni fornite sul perché della sua conoscenza con altri soggetti indagati. Conoscere non significa essere contagiati. I rapporti di conoscenza ben possono muoversi sul piano umano senza che per questo si debba diventare complici di errori altrui. Lo stesso approccio privo di analiticità l’ha avuto il sostituto procuratore generale. L’auspicio è che la Corte ponga rimedio a questo grave vizio prima di tutto lesivo delle regole del processo».
In udienza sono state discusse anche le posizioni di Lauro Alleluia, Luigi Brugnano e Francesco Frontera. Per tutti l’accusa ha chiesto la conferma della sentenza di condanna di primo grado. Nell’aula-bunker si è cominciato ad affrontare situazioni relative a cessioni e recupero crediti: in ipotesi di accusa, azioni attuate con modalità tali da configurare delle estorsioni. —
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