Come è cambiata la vita del lupo: dal rischio estinzione all'arrivo in pianura
L’esperto: «Qui mangiano nutrie e rifiuti sulle letamaie: se non trovassero così facilmente il cibo non si fermerebbero»
VENTASSO
Da specie a rischio estinzione a un’espansione che nel giro degli ultimi 20 anni li ha portati stabilmente in pianura, sino ai confini con il Po.
È la storia del lupo, che riguarda da vicino anche il territorio della provincia di Reggio. Il ritrovamento, nelle scorse settimane, del lupo Ettore – investito da un’auto a Sant’Ilario – e altri investimenti che ci sono stati anche in molte strade reggiane tra collina e pinaura nonché i sempre più frequenti avvistamenti non fanno che confermare quello che gli esperti sanno da tempo: il lupo in pianura è ormai di casa.
«Negli anni Settanta – conferma Luigi Molinari, zoologo del Wolf Apennine Centre – si è registrato il momento di maggiore contrazione del numero di lupi in Italia: si parlava che fossero rimasti solo 100 esemplari, concentrati tra l’altro nell’Appennino centrale. Quelli sono stati anni di trasformazioni socio-economiche in Italia, le persone si sono spostate a lavorare in città, hanno liberato campagna e montagne, è tornato il bosco. Sono aumentati gli ungulati, che sono le loro prede preferite, e questo ha fatto sì che in trent’anni la specie colonizzasse praticamente tutta Italia. Oggi si parla di 2.500 esemplari in tutta Italia ma non esiste un censimento ufficiale ed è un dato assolutamente grossolano».
Quando è avvenuto il “trasferimento” in pianura?
«Il “salto” in pianura è più recente. Fino a vent’anni fa restavano in montagna e collina. Ma i nuovi nati devono trovare nuovi territori e quando quella zona si è saturata si sono spostati altrove. Del resto, è un carnivoro adattabile. È come una grossa volpe, mangia quello che trova e può adattarsi agli ambienti più diversi. La gente pensa che sia una specie di montagna, ma non è proprio così. Inoltre, in pianura si vive anche meglio: c’è molto più cibo, c’è meno neve. E i rifugi ci sono: pensiamo ai greti dei fiumi».
Di cosa si nutrono i lupi in pianura?
«Di nutrie e di tutto quello che trovano nelle letamaie delle stalle. Pensiamo alle placente delle vacche o ai vitelli morti. Purtroppo, se un allevatore mette fuori una mucca perchè in cattive condizioni di salute finisce che avviene una sorta di pseudo predazione. In realtà probabilmente quegli stesse esemplari morirebbero comunque. Ma quando avviene poi diventa motivo d’allarme perchè il messaggio che passa è che il lupo ha predato una vacca adulta. Noi siamo fortunati, in realtà. Qui tra le province di Reggio e Parma le predazioni dei lupi non sono quella piaga economica che sono magari in altre zone dove gli allevamenti bradi sono tanti e fanno migliaia di danni. Qui gli animali allevati sono dentro».
Quale è la soluzione?
«Io consiglierei di lasciare lì le placente, basterebbe sepellirle con una pala. Fare in modo che il lupo qui non trovi da mangiare. Perchè di questa situazione bisogna considerare gli effetti ecologici: se mangia bene, se mangia tanto si riproduce».
Le informazioni che avete sugli spostamenti dei lupi in pianura vi arrivano dagli esemplari che avete dotato di radiocollare?
«Sì. Abbiamo documentato passaggi praticamente quotidiani nelle letamaie. Quando abbiamo cercato di capire perchè abbiamo scoperto che qui trovavano tanto cibo e molto facilmente».
Gli avvistamenti in pianura sono molto frequenti. È perchè ci sono tanti lupi?
«In pianura rispetto alla montagna diciamo che più facile vederli. E quando la gente ne vede uno, poi condivide le immagini sui social, la gente si preoccupa. Forse tra cinque e dieci anni sarà più normale, ci vuole un po’ di tempo per abituarsi».
C’è molto allarme quando il lupo preda cani domestici. Perchè succede?
«Fa parte della conseguenza della frequentazione delle stalle: vi si imbattono e quando capiscono che predarli è facile lo fanno. Servirebbe una diversa gestione». —
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