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La proposta di Mammi «Prezzi più equi per gli allevatori di maiali Serve un patto di filiera»

La proposta di Mammi «Prezzi più equi per gli allevatori di maiali Serve un patto di filiera»

L’assessore regionale all’Agricoltura annuncia un accordo che coinvolge anche la grande distribuzione organizzata 

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L’INTERVISTA

Un patto di piliera salverà il comparto suinicolo?

Alessio Mammi è il nuovo Assessore all’agricoltura dell’Emilia Romagna: una partenza in salita, tra gestione emergenza Covid 19, le gelate tra fine marzo e inizio aprile che hanno piegato il comparto ortofrutticolo da Piacenza a Rimini, toccando anche tanti comuni del Reggiano, e la crisi del settore suinicolo, che colpisce in maniera piuttosto forte anche la nostra provincia.

Assessore Mammi, la crisi del mercato suinicolo sembra inarrestabile. Siete corsi ai ripari?

«Una situazione preoccupante sulla quale occorre agire subito, in questi mesi non ci siamo mai fermati. Abbiamo informato più volte la Ministra Bellanova, proponendo alcune soluzioni. È necessario ritirare immediatamente prodotto attraverso i bandi indigenti previsti dal rifinanziamento di 50milioni di euro, di cui 13milioni per il settore suinicolo, suddivisi in 9milioni per i prosciutti e 4milioni per i salumi. Bisogna poi insistere sull’attivazione di un secondo più sostanzioso bando indigenti e definirne gli importi utilizzando l’art 226 del Decreto Rilancio, dove sono già previsti 250 milioni. In questo momento emergenziale ritirare prosciutti e salumi può dare una bocca d’ossigeno al sistema. Serve uno sforzo importante anche sulla promozione nazionale dei prodotti, anche incrementando il fondo suinicolo. Poi abbiamo bisogno di qualche cambio di paradigma. La filiera suinicola ha troppe crisi cicliche, servono scelte coraggiose e strutturali».

Quali potrebbero essere le azioni per rilanciare il mercato?

«Gliene dico tre. Il sistema di allevamento che costituisce l’ossatura della filiera suinicola nazionale è quello del suino pesante, che si distingue dal modello di allevamento europeo perché il nostro è destinato prevalentemente alla salumeria. Questo però non deve impedire di valorizzare meglio le parti destinate al consumo fresco o alle lavorazioni esterne, che hanno comunque richieste significative di mercato. Poi dobbiamo diventare ancora più attrattivi per i mercati esteri che richiedono prodotti DOP di qualità, ma anche altri tagli di carne, un comparto di mercato che va potenziato. Il suino italiano è allevato con standard altissimi: è un aspetto che deve contare di più, dobbiamo imparare a venderlo meglio. Infine serve una filiera vera, integrata e solidale. Che crei reddito e lo distribuisca in modo equo alle varie componenti. A partire dagli allevatori».

Perché il suino italiano è di migliore qualità?

«Sicuramente anche per gli sforzi di questi anni per migliorare la qualità degli allevamenti, come gli investimenti che Regione Emilia Romagna insieme alle imprese hanno fatto sull’innovazione per il benessere animale e per ridurre l’impiego di antibiotici nel suino pesante. Poi c’è un tema di qualità degli alimenti nutritivi. Serve inoltre maggiore autonomia sui fattori di produzione. Dipendiamo troppo dalle importazioni: a fronte del calo del 35% di produzione del mais negli ultimi 20 anni e della storica carenza di soia, è necessario utilizzare il Fondo Mais già previsto e possibilmente implementarlo per sostenere gli agricoltori in questa produzione e spingere verso contratti di filiera che aumentino l’autosufficienza del nostro Paese. Se no saremo sempre esposti a speculazioni come quelle avvenute nei mesi scorsi dove il prezzo del mais saliva mentre i magazzini erano pieni».

Chiederete anche una mano alla grande distribuzione?

«Tutte le componenti della filiera devono lavorare insieme, come non comprenderlo di fronte una crisi come questa? La funzione della Gdo è fondamentale per creare quel valore che poi deve essere distribuito in modo equilibrato. Occorre sostenere nel breve termine una ripresa dei consumi, soprattutto per far ripartire il sistema Ho.RE.CA che comprende ristorazione, bar e ricezione. La grande distribuzione può dare un aiuto favorendo la vendita e valorizzando la carne fresca suina di origine italiana. La promozione dell’agroalimentare Made in Italy dovrà essere sostenuta con forza in Italia e all’estero, attraverso un sistema di valorizzazione che potrebbe aiutare a riorientare una parte delle eccedenze dei circuiti tutelati e limitare le difficoltà. Utilizzando anche una parte dei 134 milioni previsti nel decreto Made in Italy sulla promozione. Inoltre sarebbe opportuno, soprattutto in momenti come questi, ridurre le importazioni di carne dall’estero. In Italia ogni anno importiamo circa 60 milioni di cosce mentre ne produciamo 12. Nonostante questo i nostri allevatori vedono ogni settimana calare il prezzo ed il reddito. Non è accettabile perché proprio in momenti come questi aiutarsi sarebbe indispensabile e basterebbe davvero poco. Magari spostando verso la produzione di prosciutti cotti una parte della carne italiana che le Dop in questo momento non riescono ad assorbire. Inoltre sarebbe necessaria maggiore chiarezza sulla provenienza della carne utilizzata per produrre i salumi, la tracciabilità è fondamentale per garantire sicurezza e consapevolezza nei consumi».

E cosa dovrebbe servire l’istituzione della nuova filiera suinicola?

«Insieme alla Lombardia proporremo alla filiera un accordo. Un “contratto” che tenga insieme tutte le componenti rispetto impegni precisi reciproci e obiettivi chiari condivisi. L’obiettivo primario è semplice, fare in modo che ciascuna componente abbia un’equa remunerazione per il proprio lavoro. Perché il sistema suinicolo italiano esprime eccellenze nel campo agroalimentare che non possiamo perdere. Per valore economico, sociale ed anche culturale. Se ci sarà solidarietà e coesione sono convinto che la sfida potremo vincerla. Non possiamo più rinviare questo accordo». —

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