«Aziende riaperte ma con orari ridotti»
Vecchi (Fiom): «I consumi in crisi incidono sulla ripartenza. Tanta cassa integrazione nella meccanica: soffre l’automotive»
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA
L’interruzione del lockdown non ha risparmiato le aziende reggiane: hanno riaperto, con punte del 90%, ma con riduzioni di orario e cassa integrazione utilizzata quasi ovunque, soprattutto nella metalmeccanica. Ci sono poche eccezioni nella filiera dell’industria più tradizionale, sulle cui produzioni pesa ora la crisi vera, quella dei consumi, che incide in segmenti come l’automotive, legato al settore dell’auto.
Pochi giorni fa la Camera di Commercio di Reggio aveva registrato un ricorso record alla cassa integrazione nei primi 4 mesi dell’anno a Reggio Emilia. «Quello però era il segno che le aziende avevano rispettato la chiusura imposta dall’emergenza Covid – rimarca Simone Vecchi, segretario della Fiom di Reggio – Ora siamo nella fase 2, da quasi un mese. Vale a dire la fase della ripresa produttiva, che però è parziale. Il dato della Camera di Commercio era già mostruoso per dimensione e portata, perché dice che in 4 mesi abbiamo già utilizzato le stesse ore di cassa integrazione del 2012, anno in cui avevamo una crisi economica diffusa e molto pesante che riguardava però principalmente la manifattura. Questo inizio anno è stato diverso: le ore di cassa ordinaria, straordinaria e in deroga sono state utilizzate da tutte le categorie. Quasi tutte le imprese sono rimaste ferme, con un impatto a 360 gradi sull’economia. Purtroppo, anche se siamo a una lettura dei dati ancora grezza, la riapertura non è coincisa con una piena ripartenza delle produzioni. Quindi possiamo dire che la chiusura di marzo e aprile ha funzionato sul fronte del contagio, ma che la ripartenza è all’insegna degli orari ridotti e degli ammortizzatori sociali».
Vecchi, l’entusiasmo delle aziende per le riaperture rischia di spegnersi?
«Diciamo che siamo di fronte al vero manifestarsi della crisi economica. Mancano i consumi. Quando tutto ha riaperto molto non è ripartito a regime. E tenendo conto che questa nuova organizzazione del lavoro con sistemi anti-contagio e questa riduzione della domanda andrà avanti fino alla vaccinazione o all’immunità della popolazione, si capisce come sarà difficile tornare ai livelli prima del Covid. Soprattutto se il vaccino arriverà alla fine del prossimo anno».
Qual è l’andamento attuale dell’economia produttiva?
«Le aziende hanno riaperto ma in queste settimane gran parte delle medie e grandi imprese hanno di fatto riconfermato la cassa integrazione».
Di che livelli di utilizzo della cassa parliamo per la fase 2 a Reggio?
«Sta andando tutta a beneficio delle riduzioni di produzione e quindi di orario di lavoro. Molte aziende stanno ancora recuperando i ritardi sugli ordini pre-lockdown, fattore che dà respiro ma che è destinato chiaramente a esaurirsi senza un ricambio. Attualmente, in questa fase 2, stiamo registrando dal 20% fino al 50% di cassa integrazione sul totale dell’orario di lavoro. La necessità di evadere gli ordini accumulati mantiene alcuni livelli ma il portafogli ordini delle aziende fatica a riempirsi».
Lungi da noi vedere quindi la fine della crisi?
«Diciamo che si sono settori più penalizzati degli altri. L’automotive è sostanzialmente fermo, con richieste di cassa integrazione fino all’80-85% nel settore».
A Reggio non abbiamo case automobilisticihe ma un grande indotto. Cosa serve per tamponare la riduzione degli ordini?
«Le aziende reggiane stanno facendo molta cassa integrazione e fa molta impressione vedere cosa sta facendo la Francia, che ha presentato un piano pubblico per incentivare l’auto elettrica e gli investimenti per stimolare domanda e offerta e per incentivare la produzione. Noi in Italia abbiamo una politica industriale pari a zero. Da mesi chiediamo come Fiom di parlarne. Solo a Reggio parliamo di alcune migliaia di lavoratori coinvolti, abbiamo un piccolo distretto tra Landi Renzo, Avl, Meta System e molte altre. Ci aspettiamo che i soldi dell’Unione Europea vengano utilizzati per sostenere comparti trainanti in crisi». —
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