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Così l’assessore ha tracciato la strada maestra

Giulia Bassi
Così l’assessore ha tracciato la strada maestra

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REGGIO EMILIA

Un anniversario tira l’altro. E meno male che esistono, per ricordare fatti, persone e soprattutto la storia politica, quella vera che in questo tempo, Coronavirus a parte, sarebbe sepolta da detriti e rifiuti di ogni tipo togliendo alla gente non solo la chiara visuale di un orizzonte ma a volte il respiro stesso.

Il ricordo legato a una data a volte lascia scorgere una qualche luce puntata su una strada “maestra”: quella che oltre a spiegarci chi siamo ci può portare almeno un’utile riflessione. A questo proposito, oltre al 90esimo compleanno di Ione Bartoli quest’anno si ricordano i 50 anni dei primi consigli regionali. Così nel sito della Regione Emilia-Romagna: «Nasce con le elezioni del 7 giugno 1970, tornata elettorale che ne sancisce la costituzione come autonoma istituzione politica e amministrativa».

E proprio la nostra Bartoli ne ricopriva allora la carica di assessore ai servizi sociali adoperandosi, in linea con l’idea del presidente Guido Fanti e la sua visione del tutto innovativa di “regione europea”, alla costruzione di una struttura organizzativa, funzionale, moderna. Il suo ruolo determinante viene da lei stessa descritto nel libro “La mela sbucciata” che racconta con l’ausilio di testimonianze dei suoi collaboratori e documenti (racchiusi anche in un cd) la sua vita di assessore in regione dove non solo ha occupato un ruolo, ma in un certo senso lo ha istituito, segnando una strada, impostando un lavoro su quelle materie che lo Stato stava trasferendo alle Regioni. Nel suo settore si parla di questioni legate alla beneficenza pubblica: le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (legge 17 luglio 1890), gli enti comunali di assistenza, il mantenimento degli inabili al lavoro, le situazione dei minori presso istituti educativo-assistenziali e degli anziani presso case di riposo; l’assistenza estiva ed invernale in favore di minori (le cosiddette colonie) e infine gli interventi in favore dei profughi italiani e dei rimpatriati.

Principio non scontato, da cui la Bartoli prese le mosse per le riforme, è stato quello dell’assistenza intesa come concreto diritto ai servizi sociali da parte di tutti i cittadini; conseguentemente la beneficenza pubblica si identificava con i servizi sociali stessi.

Non si trattava di prospettare organizzazioni più efficienti, ma il suo compito prioritario è stato combattere le ragioni che giustificavano l’intervento assistenziale, tenendo conto del diritto di tutti i cittadini, in quanto tali, all’assistenza e alla fruizione dei servizi sociali. Non più quindi un riconoscimento di “assistibilità” collegato al bisogno economico, ma puntava a un’espansione generalizzata dei consumi sociali e collettivi. Alla base vi era un profondo rinnovamento dell’istituto familiare che doveva aprirsi alla società, approdando a un’adeguata rete di servizi – da qui l’istituzione degli asili nido e dei consultori – garantiti dallo Stato e dagli enti territoriali.

Dal racconto ne “La mela sbucciata” si evince l’entusiasmo per il lavoro portato avanti con un comportamento improntato a compostezza, laboriosità, rigore, credendo nella partecipazione come fonte primaria della democrazia. «Siamo stati noi a porre la questione della qualità della vita degli anziani mentre per i geriatri delle case di riposo la vecchiaia era ancora un problema medico», annota nel libro.

Sul mutamento del concetto della “casa di riposo” ne scrive citando episodi di vita quotidiana apparentemente banali. «Una volta ero in visita in un ricovero romagnolo, quando un anziano mi ha messo una mano un pezzo di mela. “Per favore la porta a mia moglie? – mi disse –. Quando vivevamo insieme a casa, a lei piaceva che io le sbucciassi la mela”. E dov’è adesso sua moglie?, gli chiesi. “Nell’altra ala della rocca”. Donne e uomini, mariti e mogli, anche di giorno, vivevano separati. Non poteva più accadere!». —



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