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«I diritti conquistati non sono per sempre Nessuno va avanti se non c’è un... Noi»

Martina Riccò
«I diritti conquistati non sono per sempre Nessuno va avanti se non c’è un... Noi»

Il 4 giugno 1930 nasceva Ione Bartoli, una vita dedicata alla politica È stata la prima donna assessore ai servizi sociali della Regione 

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L’INTERVISTA

Martina Riccò

Oggi, novant’anni fa, nasceva Ione Bartoli, grande protagonista delle lotte per i diritti, prima e unica donna a ricoprire l’incarico di assessore ai servizi sociali della Regione Emilia Romagna, dal 1970 al 1980. Una politica visionaria, tanto umile quanto determinata che, con impegno e passione, ha saputo vedere oltre le macerie dell’Italia e ha contribuito a costruire un Paese migliore. «Ma vede – precisa subito, quasi scusandosi – quando lavoravo io dicevamo “noi”. Non sarei mai riuscita a realizzare da sola quello che abbiamo fatto insieme. Non voglio esser maestra di nessuno, ognuno è figlio del proprio tempo, ma sono ancora del parere che dovrebbero esserci più “noi” e meno “io”. Non per togliere personalità e responsabilità, ma perché c’è differenza tra autorità e autorevolezza: l’autorevolezza è una conquista, un riconoscimento, nasce dalla collaborazione».

Chi c’era in quel “noi”?

«Quando sono stata eletta assessore regionale ai servizi sociali mi sono detta: “Dunque Ione, se vuoi ottenere dei risultati devi aver rapporti con tutti”. Con gli assessori dei Comuni capoluogo, con gli assessori provinciali, con gli assessori delle altre Regioni e con il Governo e i ministeri di riferimento. E poi ovviamente un rapporto diretto con i movimenti femminili da cui io provenivo, perché sono stata nell’Ari e nell’Udi. Così ho fatto. Sicché quando andavo in giunta a fare una proposta, era una proposta che avevo già discusso. Non era quello che pensavo io, ma espressione di volontà che si erano manifestate negli incontri che avevo fatto».

La sua carriera politica non è iniziata in Regione. Quando?

«In realtà non ho mai pensato alla mia come una carriera politica, ma soltanto a un impegno di carattere sociale e politico. Non sono stata protagonista della Resistenza perché non avevo ancora 15 anni quando è finita la guerra, ma dopo la Liberazione, come molti miei coetanei, ho sentito che era il mio momento per fare qualcosa. C’era un’Italia che doveva rinascere sul piano economico, sociale e culturale, toccava a noi. Così è iniziato il mio impegno, si doveva cambiare per non tornare alla vecchia Italia. Pensi che quando le operaie del Calzificio Bloch iniziarono la loro lotta, io e Loretta (Giaroni, ndr) abbiamo portato loro un sacco di farina: sapevamo che erano madri di famiglia, che scioperavano nonostante la fame».

Nel ’60, a trent’anni, viene eletta consigliera provinciale del Pci. Nel ’67 presidente provinciale dell’Onmi, Opera nazionale maternità e infanzia.

«Mio malgrado, perché quello era un istituto creato da Mussolini nel ’36. Ma da presidente ho sempre cercato di togliere potere all’Opera e darlo ai Comuni. Con la poca libertà che avevamo abbiamo provato a migliorare gli asili nido, erano cinque in tutta la provincia, abbiamo creato i consultori pediatrici e abbiamo dato supporto alle famiglie più povere. Nel ’70 sono nate le Regioni e io sono stata eletta assessore».

Ed è lì che ha inventato quello che adesso chiamiamo “ welfare”.

«Alle Regioni era stata trasferita non la assistenza ma la beneficenza. L’assistenza era affidata alle Opere Pie, i cui statuti risalivano al 1400-1500. Alle Opere Pie erano affidati gli ospedali, la gestione dei bambini, degli illegittimi...La prima cosa che abbiamo fatto, dunque, è stato andare in Prefettura a prendere tutti gli statuti delle Opere Pie, che erano più del triplo dei comuni dell’intera regione. Bisognava creare un sistema che fosse uguale per tutti, in tutta la regione».

Il suo primo atto in giunta è stato chiedere un’indagine sugli istituti d’infanzia presenti in regione, perché?

«Fino a quel momento nessuno sapeva quanti bambini ci fossero, anche illegittimi. Da presidente dell’Onmi ero andata a visitare uno di questi istituti e mi ero messa a giocare con i bambini, alla fine della visita un paio di loro, avranno avuto 4-5 anni, mi si sono attaccati alle gambe e hanno detto: “Mamma, via con te”. Ho provato un dolore indescrivibile – racconta mentre la voce si incrina – e mi sono sentita impotente. Da assessore ho voluto fare qualcosa per loro. Siamo riusciti, collaborando con il clero, a entrare negli istituti dell’Opera Pia, abbiamo redatto un questionario e, per la prima volta, abbiamo ottenuto un elenco, dati precisi. Il secondo impegno ci ha portati a eliminare le classi differenziali: negli anni ’70 migliaia di bambini erano considerati “difficili” e venivano relegati lì. Abbiamo sbaraccato tutto. Ci è voluto del tempo, ma sono state conquiste ottenute con il confronto, collaborando. Oggi si pensa che le cose siano sempre state così come sono, ma bisogna capire che si può anche camminare a ritroso. Se si fanno dei tagli le conseguenze potrebbero esserci, o ci sono già».

Inventando le case protette ha rivoluzionato anche la vita degli anziani, che fino agli anni ’70 erano costretti a vivere in ricoveri a volte disumani.

«Chi andava al ricovero si trovava in stanzoni da 30-40 persone, doveva indossare una divisa, si staccava dagli amici e dai parenti. Abbiamo introdotto l’assistenza famigliare e il pasto a domicilio e abbiamo costruito case protette nei vari quartieri della città, per permettere di mantenere i rapporti».

E che dire dei fischietti che venivano usati nelle colonie in Riviera?

«Ma secondo lei si potevano trattare i bambini come i cani? Fischio: tutti dentro l’acqua. Fischio: tutti fuori. No no, basta fischietti. Poi pensi che i bambini non potevano neanche andare di sera in paese perché avrebbero disturbato. Abbiamo ottenuto di dividerli in gruppi, in modo che potessero alternarsi nelle attività e potessero anche uscire dalle colonie. E poi abbiamo fatto costruire le fogne in viale Colombo, a Cesenatico. Tutte le colonie erano lì, quando pioveva, si immagini, non si poteva proprio uscire».

Altra grande battaglia, quella per gli asili nido.

«A Reggio, sfruttando la legge Noce che prevedeva che le aziende con più di 50 donne in età feconda costruissero un asilo aziendale, Comune e Provincia avevano costruito il nido Cervi prima della legge nazionale del ’71, ma il resto del paese era indietro. A livello nazionale le parlamentari di tutti i partiti, per evitare che prima venisse approvata la legge sulla tutela della maternità e poi quella sugli asili nido, che dovevano viaggiare insieme, ottennero di discuterle contemporaneamente, una alla Camera e l’altra al Senato. Noi organizzammo allora due convegni dedicati, in modo da sollecitare il Parlamento e allo stesso tempo dare alle parlamentari contenuti validi. Inoltre abbiamo istituito una commissione di esperti (con ufficiale sanitario, pedagogisti, sociologi, geometri, urbanisti, cuoche, maestre) e abbiamo detto: si faccia il modello dell’asilo nido. Abbiamo consegnato quelle linee guida ai Comuni, con tanto di disegni su come dovevano essere le sezioni. Poi abbiamo ottenuto che il personale venisse preparato: quando c’era l’Onmi le puericultrici avevano sì e no competenze sanitarie, ma i bambini nascono con il cervello, anche all’asilo nido lo hanno, e va stimolato. Quando la Regione ha potuto iniziare a stanziare i soldi per la costruzione e la gestione degli asili nido comunali, abbiamo ricevuto tutti i progetti e li abbiamo guardati uno per uno. Adesso sorrido ma ho imparato che non bisogna mollare mai».

Un insegnamento che dovremmo tutti fare nostro?

«Siamo davanti a una società che si disgrega, e i primi a pagare saranno i più fragili, tra cui le donne. A loro dico: attente allo smart working, può essere una trappola. Non voglio insegnare niente a nessuno, ma le conquiste non sono per sempre. Solo se si cammina insieme si va lontano». —



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