Campanaro a 13 anni dopo il padre, il nonno e il bisnonno
Filippo Davoli segue le orme di Nello, Gian Carlo e Lorenzo Il ragazzo è pronto a raccogliere l’eredità della “stirpe”
Mauro Pinotti
LUZZARA
A 13 anni è pronto a raccogliere il testimone dal bisnonno e a diventare il campanaro del paese. Si chiama Filippo Davoli, si può dire sia un “figlio d’arte”. Il suo bisnonno Nello Davoli, racconta il padre di Filippo, Lorenzo Davoli, era quello «cal sunava li campani da star a let». Una passione condivisa anche da Lorenzo e dal padre Gian Carlo Davoli, figlio di Nello e nonno di Filippo. Insomma una famiglia di campanari.
A Nello Davoli il lavoro di campanaro fu offerto dal vecchio arciprete “don Fruscon” nel 1947, quando Eugenio Sacchi, soprannominato “l’Uliaren”, da molto tempo addetto alle campane, aveva lasciato il posto per motivi di età.
Nello iniziò il lavoro di campanaro come supplente, in attesa cioè di una persona che si facesse avanti per rimpiazzare il vecchio Eugenio, che aveva problemi di salute. Passarono i giorni, le settimane, i mesi: nessuno si fece avanti. A quel punto Nello restò a fare il campanaro come secondo lavoro. In quegli anni, infatti, lavorava già mezza giornata nella ferramenta di Guido Berni.
«Come campanaro non ha mai percepito uno stipendio – racconta il pronipote Lorenzo –. Fino al 1980, anno in cui vennero elettrificate le campane, per la sua mansione riceveva beni materiali come galline, capponi, farina, uova, cotechino, vino e salami che gli davano i contadini durante le feste più importanti. Veniva aiutato dal figlio Gian Carlo all’occorrenza. Quando entrò in servizio la torre era nuova, aveva poco più di trent’anni. Il campanile precedente pendeva e lo demolirono perché era diventato pericoloso. Avevano paura che cadesse sulle case. L’attuale torre, a differenza della precedente, è abbastanza comoda, larga, e ci sono delle belle scale per salire in cima. Dal 1947 al 1980, anno in cui sono state elettrificate le campane, Nello ha suonato tutti i giorni l’Ave Maria mattutina e serale con i “botti” del tempo, il segno, che preannunciava le messe a tre quarti d’ora dall’inizio, i “bottini”, a un quarto d’ora dall’inizio, il mezzogiorno, le feste e tutti i morti di Luzzara. Le campane una volta erano la voce del paese, era un segno di appartenenza. Tutto veniva regolato dalle campane, compresa la sveglia del mattino. Dopo il suono dell’Ave Maria, Nello annunciava se la giornata era bella o brutta: un botto se era sereno, due botti se c’era nuvolo, tre botti se pioveva e quattro se stava nevicando. Tutti capivano il suono delle campane. Ad esempio le cinque campane suonate insieme comunicavano un giorno di festa o un momento particolare. Se si suonava da morto, si doveva indicare se era deceduto un maschio o una femmina – continua Lorenzo –. Ogni tanto infatti si interrompeva la suonata e si davano due colpi se il morto era maschio, tre colpi se era femmina».
E il racconto prosegue svelando retroscena forse dimenticati.
«Quando Nello ha iniziato questo lavoro la torre possedeva solo tre campane, due erano state tolte durante la guerra e fuse per fare i cannoni – spiega Lorenzo –. Avevano tolto una delle piccole e il campanone. Sulla cella campanaria c’era in dotazione un meccanismo a tasti che, collegato con il batacchio tramite filo di ferro, dava la possibilità di suonare delle melodie che venivano eseguite durante particolari giorni di festa, per un morto (ricco) o per alcuni battesimi. Avendo un buon contrappeso, le campane giravano lentamente e c’era la possibilità di suonarle tutte e cinque insieme a distesa».
Nello, ha smesso di suonare le campane all’età di 73 anni, nel 1980, continuando però il lavoro di sagrestano (affidatogli nel 1955) fino al 1989, all’età di 82 anni, occupandosi anche della torre e delle campane che però ormai suonavano elettricamente. Lorenzo, il nipote, spesso ha controllato le funi e l’impianto elettrico. —
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