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«Così abbiamo imparato a curare meglio e salvare più pazienti possibili»

Jacopo Della Porta
«Così abbiamo imparato a curare meglio e salvare più pazienti possibili»

Il direttore delle Malattie Infettive del Santa Maria ripercorre tre mesi sul fronte «Ci sono progressi ma manca il farmaco risolutivo e sappiamo poco del Covid» 

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Jacopo Della Porta

REGGIO EMILIA

«La premessa che va fatta è che al momento non esiste alcuna terapia risolutiva. Vi sono trattamenti con efficacia modesta come quello antivirale (parliamo di remdesivir) ed altri di cui siamo in attesa di dati definitivi e per i quali vi sono segnalazioni incoraggianti, come gli antinfiammatori ed il plasma. Abbiamo migliorato le cure individuando per il singolo paziente il tipo di supporto più appropriato per migliorare l’ossigenazione del sangue, attivando protocolli per la prevenzione delle complicanze, come ad esempio le tromboembolie, utilizzando in maniera più mirata le terapie antinfiammatorie, facendo diagnosi più precoci con il potenziamento del tracking». Marco Massari, è il direttore delle Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria, la prima linea insieme al pronto soccorso dell’epidemia di Coronavirus nella nostra provincia. Il 27 febbraio il suo reparto ha ospitato il primo caso, mentre l’ultima polmonite è stata diagnostica il 21 maggio. «In tre mesi abbiamo ricoverato 450 pazienti, che sono quelli che in genere abbiamo in sei. I posti letto sono passati da 30 a 60».

Dottor Massari, l’epidemia è iniziata con pochi a casi, poi è arrivata l’ondata. Come vi siete organizzati per affrontarla?

«I malati all’inizio sono tutti pressoché transitati nel nostro reparto. Chi si aggravava andava in rianimazione per essere intubato oppure in due reparti di semi-intensiva, Pneumologia e Alta Intensita, dove i pazienti venivano sottoposti a ventilazione non invasiva. In un primo momento tutti i malati con grave insufficienza respiratoria venivano intubati perché la ventilazione non invasiva si diceva fosse inutile. Poi questo approccio è stato smentito».

A febbraio era una malattia sconosciuta. Come avete deciso le cure da adottare?

«L’Emilia-Romagna è stata colpita dopo la Lombardia. Siamo partiti dalle linee guida elaborate dalla Società italiana di malattie infettive della Lombardia, poi utilizzate a livello nazionale. Nel frattempo si è costituito un gruppo regionale di cui fanno parte rappresentanti dell’assessorato alla Sanità e i referenti delle Malattie Infettive e delle rianimazioni degli ospedali di tutta la regione».

Quali sono i farmaci che avete utilizzato?

«Nel corso di un’ondata epidemica causata da un virus nuovo era molto difficile validare le terapie secondo i classici studi randomizzati di confronto tra pazienti trattati e non trattati con un farmaco, per l’urgenza di effettuare terapie in pazienti in gravi condizioni. Uscivano studi che smentivano altri a distanza di una settimana. Nella prima fase dell’epidemia sono stati usati alcuni antivirali in uso nella terapia dell’Aids, poi rivelatisi inefficaci. A Reggio abbiamo usato l’idrossiclorochina, farmaco con azione immunomodulante e antinfiammatoria ed anche, da studi in vitro, con azione antivirale, che era stata utilizzata nella Sars. Uno studio recente pubblicato sulla rivista The Lancet, ma che ora è stato messo in discussione, ha sostenuto che questo trattamento non è efficace e che avrebbe causato severi problemi di aritmia cardiaca. Noi lo abbiamo usato, sia in pazienti al domicilio che nei ricoverati. Nei pazienti trattati al domicilio (quindi in genere con sintomi da pochi giorni ed in buone condizioni generali di salute,) dai nostri riscontri informali non sono emersi problemi, ma abbiamo attivato in questi giorni una analisi specifica per verificarne la sicurezza. L’Agenzia italiana del farmaco ne ha bloccato l’uso al di fuori di studi clinici approvati».

Ha parlato di cure nella prima fase della malattia. Qual è la seconda?

«Mentre nella prima fase di malattia prevale il danno causato direttamente dal virus, nella seconda fase, dopo 7-10 giorni dall’esordio dei sintomi, può scatenarsi un processo infiammatorio che può portare all’insufficienza respiratoria. In questa fase abbiamo utilizzato l’antinfiammatorio tocilizumab. Su questo farmaco, usato nell’artrite reumatoide, esistono studi con dati discordanti. Reggio Emilia sta conducendo uno studio randomizzato, che coinvolge 22 ospedali e fino ad ora circa 130 pazienti, di cui non abbiamo ancora i risultati. Siamo inoltre in attesa della approvazione definitiva di uno studio randomizzato sull’utilizzo del cortisone».

Sono state osservate patologie tromboemboliche.

«Dopo i primi riscontri di trombi nei vasi abbiamo iniziato ad utilizzare schemi di profilassi e di terapia anticoagulante a base di eparina».

Quali pazienti sono stati portati in rianimazione?

«Di fronte all’insufficienza respiratoria, l’unica terapia efficace è utilizzare le procedure più appropriate per garantire una adeguata ossigenazione del sangue, tra cui la ventilazione meccanica effettuata in rianimazione con intubazione dei pazienti. Si cerca così di guadagnare tempo nella speranza che a livello polmonare si verifichi un recupero della funzione dell’organo».

Da quello che dice si evince che avete dovuto esplorare una terra incognita.

«Siamo di fronte a un virus nuovo, di cui ancora adesso abbiamo poche conoscenze solide. Non sappiamo come crea danni, perché una persona si ammala gravemente e un’altra no. Perché i diabetici e gli ipertesi sono più esposti, ma non tutti. Non sappiamo da cosa è causata l’infiammazione, da cosa può essere controllata...».

Cosa, invece, avete imparato.

«Ad esempio che i pazienti vanno ricoverati al momento giusto, non devono rimanere troppo a casa se si aggravano. Se dovesse esserci una seconda ondata saremmo più pronti grazie all’esperienza di questi mesi».

E della terapia del plasma cosa dice?

«C’è un protocollo di sperimentazione in Emilia-Romagna. Dalle ricerche cinesi pare non abbia un gran effetto, ma siamo in attesa di nuove pubblicazioni sia italiane che negli Stati Uniti».

All’inizio si moriva di più di Coronavirus?

«Nella prima fase abbiamo avuto il maggior numero di morti e ricoveri di pazienti anziani, molti dei quali con problemi pregressi. Poi sono iniziati ad arrivare pazienti più giovani, con maggiori possibilità di sopravvivenza. Con il lockdown le persone più fragili sono state protette e questo è stato fondamentale».

Il virus non è sparito dunque?

«Il virus c’è e continuerà a circolare. Al momento abbiamo solo quattro malati di Covid in tutto l’ospedale. Non vorrei passasse il messaggio del “liberi tutti”. I sacrifici di questi mesi hanno permesso di bloccare la circolazione del virus. Abbiamo imparato a gestirlo meglio e la stagionalità ha una sua importanza».

Che mesi sono stati professionalmente e umanamente?

«Molto Impegnativi. Avevamo pazienti isolati nelle loro stanze e noi dovevano assisterli “bardati” in modo tale che a malapena si vedevano gli occhi. Abbiamo gestito il fine vita dei pazienti più gravi. Nel picco i nostri due reparti avevano 14 medici e 80 infermieri e Oss. Quattro medici hanno avuto infezioni da Covid-19, per fortuna non gravi. Alcuni di noi per proteggere le nostre famiglie hanno dormito in stanze separate o in altre strutture. C’è stato un grande spirito si sacrificio. Nessuno voleva andare a casa alla sera e, in caso di bisogno, non c’erano orari né domeniche. L’organico è aumentato, con forze giovani, e c’è stata una grande crescita professionale ed umana, un gruppo di medici ed infermieri ed Oss di cui sono molto orgoglioso». —

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