Gazzetta di Reggio

Reggio

L’INTERVISTA 

«Fin da piccolo ero attirato dal suono delle campane»

M.P.

Il 13enne ha dato le sue prime “sbacioccate” su campane in scala a 4 anni Quest’anno ha suonato in paese per le feste del 25 aprile e del 2 giugno

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LUZZARA

Da quando il Covid-19 ha chiuso gli italiani a casa, i campanili delle chiese e le torri civiche che punteggiano la provincia reggiana, che siano monumenti storici o grigi pinnacoli di cemento hanno scandito le ore chiamando la gente alla preghiera da fermi, riunendo, senza muovere nessuno.

Tutto questo solo rispondendo a un segnale antico che questi tempi moderni hanno trasformato in una sorta di “fastidio” domenicale. Così il suono delle campane ha riscoperto una nuova dimensione.

Filippo Davoli, 13 anni, è l’ultimo rampollo di una stirpe di campanari che dura da quattro generazioni. Il talentuoso mini campanaro ha iniziato a coltivare la tradizione di famiglia sin da piccolissimo grazie anche al concertino di cinque campanelle in scala da poter suonare in casa che gli furono donate dal campanaro Gabriele Fornaciari di San Giovanni della Fossa, frazione di Novellara. Non andava neppure a scuola e già imparava le diverse melodie.

Ma la prima, come dice in gergo campanaro, “sbacioccata” di campane Filippo l'ha riprodotta su un pianoforte che aveva trovato in una casa abbandonata, oggi demolita. Nel 2019 ha iniziato a prendere lezioni da un altro maestro campanaro di Bagno, Giuseppe Grazioli dell’Unione campanari reggiani. Nel paese di Cesare Zavattini, nella Bassa reggiana, il modo di suonare le campane di Filippo ha il sapore della tradizione ed evidenzia anche la sua grande passione. Com’è accaduto, il 25 aprile per la Festa della Liberazione e il 2 giugno scorso in occasione della Festa della Repubblica.

Il 13enne non suona solo le campane della Torre civica, per gli eventi civili, ma soprattutto quelle del campanile della chiesa per le festività religiose. Filippo le ha suonate in tempo di Coronavirus come chiesto dal vescovo monsignor Massimo Camisasca. «Fin da piccolo ero attirato dal suono delle campane, forse perché frequentavo l’asilo che era sotto il campanile. Poi ho sentito parlare spesso, in famiglia, del mio bisnonno Nello, il campanaro del paese, che però non ho mai conosciuto – ha raccontato il ragazzo –. Ho tirato le corde per la prima volta all'età di 3-4 anni. Era da più di trent’anni che non si suonavano più le campane a mano, perché era stato installato un sistema che faceva funzionare il concerto elettricamente, così ho potuto riprendere la tradizione di famiglia. Ci sono due modi di suonare la campane – racconta Filippo – quello “Bassa Reggiana” e quello alla “Reggiana” per il quale l’Unione dei campanari reggiani ama distinguersi. Per suonare alla “Reggiana” come si usa in cattedrale a Reggio Emilia uso piedi, mani e gomito. Per suonare alla “Bassa Reggiana” suono con piedi e mani». —

M.P.

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