Gazzetta di Reggio

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La senatrice m5s maria Laura Mantovani 

«L’App Immuni? È un accessorio di civiltà Rispetta la privacy e ottimizza i tamponi»

Evaristo Sparvieri

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REGGIO EMILIA

«L’app non può per definizione creare falsi negativi in quanto allerta solo i probabili positivi. Che poi siano falsi positivi, non è assolutamente detto. Se hanno incrociato dei positivi, e questo è certo perché registrato dall’app, queste persone saranno rassicurate dal fatto di essere sottoposte a tampone o altro test per verificare se sono rimaste contagiate o meno. Io lo vedo anche come un metodo per ottimizzare la somministrazione di tamponi». E poi: «La privacy è rispettata. Il Garante è stato sentito e coinvolto in tutte le fasi di realizzazione e continuerà a essere sentito nelle fasi di utilizzo». E ancora: «Play Store e Apple Store indicano chiaramente che Immuni è rilasciata dal Ministero della Salute. E il decreto legge afferma che il ministero della Salute è l’unico responsabile del trattamento dei dati». E infine: «Non si deve considerare questa app una soluzione salvifica, piuttosto un accessorio di civiltà che, insieme alla mascherina, ci permette una convivenza civile più rispettosa gli uni verso gli altri». La disputa potrebbe essere squisitamente accademica. Ma, quando di mezzo c’è la privacy, è inevitabile che l’argomento diventi anche politico, nel senso più ampio del termine, inteso come argomento di interesse pubblico. È per questo che, di fronte alle critiche mosse sulla Gazzetta dal prof Unimore, Michele Colajanni, la senatrice M5s, Maria Laura Mantovani, interviene in difesa di Immuni, l’app del governo per il tracciamento dei contagi rilasciata fra le polemiche, subito schizzata in vetta alle classifiche delle più scaricate in Italia.

Al pari di Colajanni, anche la senatrice reggiana è un pezzo da novanta nel campo della sicurezza informatica, avendo ricoperto il ruolo di Chief Security Officer Unimore per dieci anni, e considerando Colajanni «voce autorevole del mondo accademico nonché amico personale». Ma, avendo seguito in prima persona il progetto, la senatrice non condivide le considerazioni del docente, a cominciare da quelle sull’incertezza del funzionamento, che per Colajanni pregiudicherebbe l’efficacia dell’applicazione: «Quando si riceve l’avviso di contatto con un soggetto diagnosticato positivo, la app stessa ti dice che cosa dovresti fare – spiega – In pratica devi segnalare questo fatto al tuo medico di famiglia». Indicazioni contenute in una circolare del ministero della Salute, in cui «viene descritto benissimo cosa succede: la persona, tecnicamente il contatto, verrà invitato a rivolgersi al medico di famiglia che subito lo potrà prendere in carico e attivare tutto il sistema per diagnosticare se ci sia stato il contagio. È proprio questo il modo più efficace di procedere da parte del Servizio Sanitario Nazionale per analizzare casi sospetti. Immuni fa proprio parte di un sistema di allerta e sicurezza sanitaria a favore del cittadino».

Quanto alle critiche sui tempi di esposizione al contagio e sulle variabili non rilevate, come la mascherina, «ci si deve rendere conto di cosa sia un contatto – afferma la senatrice – in particolare un contatto stretto. Il sistema digitale di ricerca e gestione dei contatti si inserisce in una pratica sanitaria già collaudata da decadi in caso di epidemia, che è il contact tracing effettuato con modalità manuali». E, secondo la senatrice, «l’App, registrando il contatto avvenuto per almeno 15 minuti a meno di 2 metri, rileva un’esposizione ad alto rischio. Non tutte le esposizioni ad alto rischio vengono registrate, ma sicuramente sono esposizioni ad alto rischio che non riescono a venire intercettate dal contact tracing manuale. Il digitale va a migliorare il manuale».

Sul fronte del rapporto efficacia-installazioni, invece, Mantovani ricorda che «la ministra Pisano ha dichiarato in Senato che basterà che la installi un 25% della popolazione. Mi pare di ricordare che in Italia il 70% della popolazione possiede uno smartphone».

Ma cosa succede se sono asintomatico? «Con la app si vuole proprio tracciare il periodo di incubazione della malattia, quando la persona non sa di essere infetta ossia è asintomatica. Questa persona farà vita sociale e in questo periodo scambia i dati con le persone con cui viene a contatto grazie alle rispettive app. I dati, una volta registrati, permangono nel cellulare per 14 giorni. Se a un certo punto la persona scopre di essere ammalata, sarà possibile avvisare le persone che sono state a contatto stretto con lei fino al 14° giorno precedente».

Uno dei temi principali del dibattito, tuttavia, sembra sia proprio la privacy. Mantovani assicura che «i dati personali raccolti sono esclusivamente quelli necessari», aggiungendo che «c’è una data di termine: il 31 dicembre 2020». Ma una delle contestazioni mosse dai critici di Immuni è che la sua efficacia sia limitata a Paesi in autoritari, dove vige l’obbligo di avere l’app. Anche qui, Mantovani la pensa all’opposto: «La privacy è uno dei concetti cardine in Occidente e in Europa. Dimostrare che si può essere rispettosi della privacy anche in un momento come questo è un plus che ci fa capire che siamo veramente in un Paese democratico».

La confusione del percorso di realizzazione? «Disinformazione che fa parte della lotta politica. Dal punto di vista tecnico e implementativo non c’è stata confusione. Il progetto è stato elaborato a livello europeo ed è stato via via affinato». Anzi: «Abbiamo – conclude – una soluzione interoperabile a livello mondiale, nonostante i diversi sistemi sanitari e le diverse implementazioni dell’app da Paese a Paese. Se siamo stati i primi a implementarla possiamo dire finalmente che non dobbiamo considerarci inferiori a nessuno». —

Evaristo Sparvieri

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