Gazzetta di Reggio

Reggio

Il lockdown ha aggravato i casi di violenza di genere dentro le mura domestiche

FEDERICO AMICO* ; *Presidente Commissione regionale per la Parità e per i Diritti delle persone

Federico Amico, presidente della commissione regionale per la Parità «La Regione si attivi subito sui 700mila euro sbloccati dal ministero» 

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LA PIAGA

FEDERICO AMICO*

I dati annuali sulla violenza di genere diffusi dai carabinieri dimostrano come le mura domestiche, anche a Reggio Emilia, possano rivelarsi una trappola per molte donne: 51 le persone arrestate per atti persecutori, 243 quelle denunciate per lesioni personali, 210 per minacce. Infine, le chiamate al 112 per liti tra le mura domestiche sono state in media ben sei al giorno. Secondo una rilevazione regionale del mese di marzo, nella nostra provincia sono aumentate di 17 punti percentuali le richieste di ospitalità al centro antiviolenza.

Uno studio della scuola di specializzazione di Medicina legale di Bologna di prossima pubblicazione spiega come la violenza sulle donne sia stata esacerbata dall’isolamento. L’emergenza Covid-19, la convivenza forzata e l’instabilità socio-economica hanno reso le donne più vulnerabili e più lontane dal tessuto sociale che di solito le sostiene. Tra le novità, le pressioni psicologiche e fisiche riguardanti il rischio di contrarre il virus, e una maggiore associazione della violenza con l’intossicazione acuta alcolica, sia nell’aggressore sia nella vittima.

Ma anche restrizioni all’accesso a beni di prima necessità, come avviene tra rapitori e ostaggi, un maggiore rischio di sfruttamento e abuso sessuale, e un ruolo potenziato del fattore tecnologico.

Una statistica Istat segnala che il numero antiviolenza 1522 dal primo marzo al 16 aprile ha registrato un picco di contatti, il 73% in più, pari a 5031 telefonate. Sono state 282 le chiamate dal territorio emiliano-romagnolo, con un incremento del 78,5% rispetto al 2019. In aumento anche le richieste di aiuto alle forze dell’ordine. Per lo più però si tratta di un’utenza consolidata – stando ai dati raccolti dalla rete di centri antiviolenza Dire – perché molte donne che si sono trovate in situazioni di violenza per la prima volta non hanno saputo come rivolgersi ai centri. Durante il periodo di isolamento domestico è stato infatti registrato un calo drastico di oltre il 50% delle richieste di aiuto. Dall’inizio della fase 2 le chiamate stanno progressivamente tornando ai livelli precedenti.

I numeri dimostrano come il lockdown per molte donne si sia rivelato un boomerang, aggravando le violenze domestiche e rendendo più difficile per loro rivolgersi ai centri. Un recente studio dell’Unhcr sottolinea come sia stata ancora più esplosiva la situazione delle donne migranti, doppiamente penalizzate perché alla scarsa conoscenza della lingua si sono aggiunte le minori informazioni sulle possibilità di aiuto da parte delle nostre istituzioni e della legge italiana. Questo accanto a un’altra emergenza silenziosa: la violenza all’interno delle relazioni sentimentali Lgbti+, fenomeno sconosciuto e spesso negato, per cui non esistono servizi, pratiche condivise o leggi specifiche.

Diverse sono state negli scorsi mesi le misure messe in atto dalla Regione Emilia-Romagna, come le campagne di comunicazione per invitare le donne che subiscono abusi a contattare i numeri d’emergenza e i centri antiviolenza.

La nostra attenzione su questo pericolo rimane altissima, insieme all’impegno di sostenere i 21 centri presenti sul nostro territorio. È urgente che le Regioni si attivino sui fondi sbloccati dal Dipartimento nazionale Pari opportunità, pari a 10 milioni di euro, di cui 700mila per l’Emilia-Romagna, fondi che verranno trasferiti agli enti locali e alle aziende sanitarie locali per potenziare le forme di assistenza e di sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli.

La Regione ne ha già anticipati 350mila – di cui 42mila destinati a Reggio Emilia – per rispondere da subito alle esigenze di alloggi, presidi sanitari e dotazioni tecnologiche.

Per tutte le vittime di violenza rimane poi il problema del “dopo”. In particolare da Reggio Emilia ci viene segnalato come stia aumentando in modo esponenziale, in questo periodo, la difficoltà di progettare percorsi di autonomia che, in condizioni non emergenziali, richiedono tempi e ponderazioni diverse.

Siamo accanto alle associazioni impegnate sul campo, a cui va la nostra gratitudine per il lavoro prezioso che stanno svolgendo. —









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