«Così i teatri rischiano di scomparire»
Elena Rossi: «La riapertura del 15 giugno è “falsa” e si scontra con la realtà: spettacoli tutti annullati e da riorganizzare»
Mauro Grasselli / Reggio Emilia
«I teatri vanno a scomparire». Ne è convinta Elena Rossi, soprano reggiano che ha calcato i palcoscenici più importanti del mondo e che nei giorni scorsi ha partecipato, assieme a tanti lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo, alla manifestazione organizzata a Bologna (così come in altre città italiane) per accendere i riflettori su un settore sul quale l’emergenza coronavirus ha avuto un impatto devastante: teatri, arene, cinema chiusi in quanto luoghi in cui, più degli altri, è normale avere quegli “assembramenti” che i decreti ministeriali fin da subito hanno individuato come il nemico principale.
Il 15 giugno dovreste ripartire, secondo gli annunci.
«A noi sembra più una manovra per non pagare la cassa integrazione ai dipendenti dei teatri», risponde Elena Rossi, che fa parte di Assolirica, di cui fanno parte circa 400 cantanti, direttori d’orchestra, scenografi e strumentisti.
Non si riparte il 15?
«E come si potrebbe? Gli spettacoli vanno provati, non si improvvisa. I festival più importanti sono stati annullati in tutta Europa. In estate i teatri non hanno nulla in programma. Essendo tutto fermo da mesi, la ripartenza non potrà essere immediata. Va tutto riorganizzato. E speriamo sia solo una questione di tempo».
Poi ci sono i distanziamenti, i limiti di capienza.
«Al massimo 200 persone al chiuso e mille all’aperto, ma compresi gli artisti e i tecnici, a prescindere dalle dimensioni. Però ci sono spettacoli con 100-200 persone tra artisti e tecnici...».
Nel frattempo dal mondo dello spettacolo il commento è netto: il lockdown rappresenta una tragedia.
«Assolutamente sì. Gli spettacoli sono stati tutti cancellati. Non abbiamo nulla in mano per il futuro. La lirica non la conosce quasi nessuno tra le nuove generazioni, non rientrando nei programmi scolastici, nonostante la sua importanza storico-culturale».
Il lockdown è comunque stato decretato con motivazioni molto serie.
«Certo. In Germania 4 coristi sono morti di Covid, infettati per aver lavorato a stretto contatto uno con l’altro. Però ora abbiamo bisogno di ripartire : occorre che il governo e il Parlamento ci ascoltino, perché anche noi siamo lavoratori: dai solisti alle maestranze. L’alternativa – aggiunge con un sorriso – è andare tutti a zappare la terra, che peraltro non mi dispiacerebbe».
Che cosa chiedete?
«Il reddito di emergenza e un tavolo di confronto sulla riapertura. Avevamo già chiesto di essere ricevuti, senza ottenerlo; così abbiamo deciso di organizzare le manifestazioni nelle piazze italiane. Non abbiamo forme di assistenza. Abbiamo bisogno di essere aiutati, in questo senso. E pensare che in Italia abbiamo avuto il fior fiore dei compositori; la nostra cultura è straordinaria e famosa nel mondo, ma l’abbiamo dimenticata. Che cosa vogliamo essere, noi italiani? Cosa vogliamo diventare? Noi dobbiamo fare gruppo e diventare una squadra. E chi organizza deve privilegiare gli artisti italiani, come fanno all’estero. I teatri devono diventare la casa degli italiani: aperti a tutti, visitabili sempre, anche durante le prove degli spettacoli per capire come nascono».
Si è portati a pensare che chi lavora nel settore spettacolo sia ricco e famoso e che il lockdown possa avere infastidito, ma senza drammi.
«Non è così. Mangiamo se lavoriamo. Non abbiamo uno stipendio. Siamo pagati a cachet, compenso forfettario che, ad esempio, non comprende prove, alloggio, agenti, prove con il pianista, tasse. Guadagnamo in base alle recite che facciamo, sempre se non ci ammaliamo. Siamo lavoratori che campano del proprio lavoro, e vanno riconosciuti i diritti dei lavoratori, come la maternità, la malattia e la pensione. Poi non tutti sono big dai compensi elevati. E il mondo dello spettacolo, oltre ad attori, registi, cantanti, musicisti, danzatori e drammaturghi famosi, comprende costumisti, tecnici, sarte, parrucchieri, truccatori, macchinisti, attrezzisti, amministrativi, addetti alla comunicazione, eccetera».
Lei ha ricevuto aiuti in questa situazione di lockdown?
«Ho ricevuto il bonus di 600 euro. Vari colleghi non l’hanno ricevuto per vari motivi».
Com’è stato il suo stop?
«Ai primi di marzo sono partita per Catania, dove avevo una bella sfida: i ruoli principali in due opere, “Cavalleria rusticana” di Mascagni e “Pagliacci” di Leoncavallo con debutto in aprile. Due produzioni contemporanee. Durante i primi giorni di prove abbiamo capito che c’era qualcosa nell’aria, fino a quando ci hanno comunicato che avrebbero chiuso tutto. Così il 7 marzo sono tornata a casa. Da quel momento nessuno di noi ha più potuto fare nulla».
E ora attendete.
«Ora resta il grande boh: una incognita che tiene bloccati tutti i lavoratori dello spettacolo e le loro famiglie». —
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