Abusi su bimba di 4 anni, assolto il vicino di casa
Alla lettura della sentenza il 70enne scoppia a piangere: «È la fine di un incubo». Il pm aveva chiesto 9 anni di reclusione
Tiziano Soresina
MONTAGNA
Un’accusa infamante – violenza sessuale aggravata su una bambina di 4 anni e mezzo, con tanto di lesioni nelle parti intime giudicate guaribili in sette giorni – a cui fanno seguito oltre due anni sulla graticola, il processo di primo grado che non finisce mai, la richiesta di una condanna pesantissima (9 anni di reclusione), poi l’assoluzione che fende l’aria quando la Corte esce e legge la sentenza. È la storia di un pensionato 70enne sempre proclamatosi innocente che – in aula – scarica tutta la tensione accumulata in un pianto liberatorio, mormorando: «È la fine di un incubo».
I terribili fatti oggetto del capo d’imputazione vengono collocati dalla Procura (il pm Maria Rita Pantani ha già annunciato che impugnerà la sentenza, ndr) alla metà del maggio 2018, in un paese del nostro Appennino. La piccola si trovava nel cortile a giocare quando sarebbe stata avvicinata dal pensionato che è un vicino di casa (di cui non forniremo l’identità per non rendere riconoscibile la bimba). Per gli inquirenti è l’inizio di atti ripugnanti e tremendi al tempo stesso. Abusi sessuali con un cacciavite giocattolo, per poi chiederle di baciargli le zone intime. La piccola si era confidata con la mamma, venivano allertati i carabinieri di Castelnovo Monti, formalizzando la relativa denuncia. Nel febbraio 2019 iniziava il processo a porte chiuse in tribunale a Reggio Emilia. La famiglia si costituisce parte civile tramite l’avvocato fiorentino Pardo Cellini e chiederà un risarcimento-danni. Un momento-chiave del procedimento si rivelerà l’audizione protetta della bimba, apparsa problematica e con risultanze “aggredite” dall’avvocato Enrico Della Capanna – difensore dell’imputato – nell’arringa di circa un’ora, con diverse citazioni in punta di diritto, specie sul ragionevole dubbio. «Nell’audizione la bambina ha reso dichiarazioni imprecise, è apparsa non orientata nello spazio, incapace di individuare i protagonisti di questa vicenda. Le sue parole sugli atti sessuali non appaiono sostenute da riscontri e il cacciavite non è mai stato trovato. Le lesioni refertate, lievi, potevano apparire anche fisiologiche e non riconducibili a una violenza. Anche la madre, a cui aveva fatto le confidenze, non è riuscita ad esporle in modo preciso e coerente. Gli elementi probatori raccolti – ha concluso – non hanno superato la soglia del ragionevole dubbio». —
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