«Il Parmigiano di montagna soffre troppo costretti a fare debiti con la crisi dei prezzi»
Marcello Chiesi, presidente della latteria San Giorgio di Cortogno a Casina, sui rischi dell’agroalimentare
L’INTERVISTA
«Prezzi in picchiata del Parmigiano Reggiano? Qui in montagna va anche peggio: i costi sono più alti e stiamo lavorando in perdita. Così siamo costretti a indebitarci». Marcello Chiesi e il suo caseificio sono una piccola un’istituzione nella montagna reggiana quando si parla di formaggio. È presidente della latteria San Giorgio di Cortogno, a Casina, tra le prime ad adottare il marchio “Prodotto di Montagna”, che dovrebbe riconoscere un prezzo maggiore al Parmigiano prodotto in quota, più difficile e costoso da portare sulle tavole degli italiani. «Il traino del prodotto di montagna si è ridotto – spiega Chiesi – I costi fissi per produrre latte e formaggio qui restano invece più alti rispetto alla pianura, dove ci sono le grandi aziende. L’effetto del basso prezzo è quindi ancora più forte per noi. Dobbiamo riprenderci altrimenti qui si rischia grosso».
Chiesi quanto vi viene pagato oggigiorno il Parmigiano Reggiano 12 mesi?
«Per far capire la difficoltà che abbiamo ora con i prezzi del 12 mesi, basti pensare che, quando il formaggio ci viene pagato 8 o 8,30 euro al chilo, copriamo solo i costi vivi dell’azienda. Quindi già a quel livello il guadagno è azzerato: all’allevatore non resta nulla. Ora si lavora con un prezzo pagato di 7,20 o 7,30 euro al chilo. Siamo ben al di sotto».
Ma a voi della montagna viene riconosciuto un prezzo migliore o no?
«Per noi del Parmigiano Reggiano di Montagna la situazione è anche peggiore a causa dei maggiori costi che sosteniamo. La valorizzazione del nostro Parmigiano è nata circa 6-7 anni fa e aveva permesso di aggiungere altri 50 centesimi rispetto a quanto pagato per il Parmigiano di pianura. Purtroppo, poi, per vari motivi, ci siamo portati ad avere una premialità di soli 20 centesimi. Qui c’è il 36% degli allevamenti del consorzio e 91 latterie, di cui una trentina che hanno il marchio di montagna. Ora non copriamo i costi di trasformazione delle nostre aziende agricole».
Rischiate l’avvitamento?
«Sì. Ogni latteria sta cercando di inventarsi dei metodi alternativi di vendita. Noi come altri abbiamo accelerato sulle vendite online durante il Covid. Abbiamo più margine ma è chiaro che non basta per recuperare l’attuale calo dei prezzi. Il bilancio di una latteria la si fa con la vendita all’ingrosso, ai grandi commercianti. Purtroppo in questa fase anche loro sono molto sofferenti perché hanno i magazzini pieni di formaggio e non riescono a collocare il prodotto».
Il consorzio è pronto a ritirare le forme per risollevare i prezzi. È d’accordo?
«Ho sentito quindi di questo ritiro da 360mila forme. Sicuramente in passato azioni di questo tipo sono già state fatte, con la società I4S che era stata creata dal consorzio per calmierare la produzione. Io questa iniziativa però la reputo molto rischiosa. Questo perché abbiamo un numero di forme molto più ampio rispetto a quando c’era la I4S. Andremo a produrre circa 3 milioni e 700mila forme per toglierne 360mila, un numero che sarebbe insufficiente per riportare all’equilibrio con i consumi».
Non darebbero spinta sui prezzi?
«Sì, ma sono tante e serve un accordo con i grossisti per rimmetterle poi sul mercato. Qui servono soldi e credo che sia meglio pensare a tagli di produzione. Ma questo non è un tema facile da digerire. Sarà dura». —
Enrico Lorenzo Tidona
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