Spari e tentativi di estorsione alle pizzerie Condannati i tre Amato: «Atti da mafiosi»
I fratelli Michele e Cosimo confessano prima della sentenza. Il difensore: «Decisione ragionevole, spazio per l’Appello»
BOLOGNA
I terribili momenti del 2019, quando tra gennaio e inizio febbraio si erano susseguiti spari notturni contro le vetrine e richieste di “pizzo” a quattro attività: fatti cupi ancora ben impressi nella memoria collettiva, rievocati ieri nell’udienza preliminare chiusasi a Bologna con la condanna dei tre fratelli Amato (anche se le pene sono risultate “limate” rispetto a quelle chieste dal pm Beatrice Ronchi) e soprattutto con la conferma dell’aggravante del metodo mafioso.
Prima dell’arringa del difensore, hanno voluto parlare – tecnicamente con “dichiarazioni spontanee” – il 22enne Michele e il 21enne Cosimo Amato. Sono collegati in videconferenza con l’aula (rispettivamente dal carcere di Voghera e Spoleto) e sono parole decise. In sintesi, ammettono i fatti, ma rimarcando di non aver agito con modalità ’ndranghetiste, escludendo contatti con il clan operante in Emilia e con epicentro a Reggio Emilia, come dice da tempo la sentenza di Cassazione sui riti abbreviati di Aemilia. Un distinguo non indifferente, perché stiamo parlando dei figli di Francesco Amato, condannato in primo grado sia al maxiprocesso Aemilia (19 anni e 1 mese di reclusione), sia per il sequestro-shock alle Poste di Pieve del 5 novembre 2018 (6 anni e 4 mesi la pena inflittagli).
Nella susseguente arringa di circa un’ora l’avvocato difensore Bruno Salernitano ha chiesto l’assoluzione per il terzo fratello (il 30enne Mario Amato, in cella a Genova) non ritenendo che vi siano indizi a suo carico, mentre per Michele e Cosimo ha chiesto la concessione delle attenuanti generiche per il comportamento processuale («Hanno confessato»), escludendo per entrambi l’aggravante mafiosa («Non è configurabile»). Dalla camera di consiglio il gup Roberta Dioguardi è uscita con una triplice condanna: 8 anni e 6 mesi di carcere per il fratello maggiore degli Amato, 6 anni agli altri due. Pene sia per tentata estorsione in concorso aggravata dal metodo mafioso e dall’uso di armi, sia per danneggiamento. Nella decisione anche una provvisionale di 15mila euro per la Regione, che si è costituita parte civile tramite l’avvocato Alessandro Gamberini.
«La sentenza appare equa e ragionevole – commenta al termine l’avvocato Salernitano, contattato dalla Gazzetta – e anche se non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza, credo vi siano degli spazi per impugnare in Appello, specie sull’aggravante mafiosa. In questi mesi – sottolinea – abbiamo offerto delle somme alle pizzerie per risarcire i danni, ma le hanno rifiutate».
Altre tre persone sono state giudicate in questo processo. Annunziata Marcellino (madre dei tre imputati e moglie di Francesco Amato) risulta condannata a 1 anno e 4 mesi per tentata violenza o minaccia per costringere a commettere un reato (l’imputazione si riferisce alle pressioni fatte su un testimone), ma è caduta l’aggravante mafiosa. Assolta per non aver commesso il fatto Miriam Henich (fidanzata di Cosimo Amato, accusata di aver intimidito sempre quel testimone per convincerlo a ritrattare), mentre Mario Delisi è stato assolto perché il fatto non sussiste (per lui l’imputazione era di false dichiarazioni, relative a un alibi fornito ai tre fratelli). Per tutti e tre questi ultimi imputati il pm Ronchi aveva chiesto la condanna nell’udienza scorsa.
Su quell’inizio 2019 allucinante ora c’è, quindi, una prima sentenza. Il 26 gennaio alla pizzeria La Perla di Cadelbosco Sopra, alle 4.06, una mano ignota aveva lasciato un biglietto minatorio con la richiesta di consegnare mille euro, seguita il primo febbraio da un altro biglietto e sei colpi di pistola. Sempre il 26 gennaio, ore 4.21, stesso copione alla pizzeria “Piedigrotta 3”; anche qui un secondo messaggio il 7 febbraio, con l’esplosione di 5 colpi di una calibro 38 mai trovata. Il 7 febbraio la richiesta estorsiva alla pizzeria “Piedigrotta 2” e al “Paprika”. —
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