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cronaca

Sognatori e visionari ne abbiamo?

La domenica, l'editoriale del nostro direttore Stefano Scansani


20 giugno 2020 Stefano Scansani


«Reggio Emilia ha bisogno come il pane di visionari e sognatori». È la risposta di un ragazzo alla domanda: di che cosa ha fame la città? Da un venticinquenne non potevo aspettarmi altra risposta. Un pochetto ingenua, dico io. «E no – torna alla carica lui -, ad esempio il Mercato Coperto deve tornare ad essere Mercato Coperto. Quello vero. La vetrina-emporio della città. Vede, Reggio continuamente pompa il suo primato agroalimentare. Se ne vanta. Ma fa niente per mostrarlo, venderlo, farne un’attrazione turistica vera».
Il Mercato Coperto è la costruzione liberty che s’affaccia in via Emilia San Pietro, ora occupata da Ovs, poco prima da Coin. Fu edificata fra il 1926 e il 1927 e quindi restaurata fra il 2009 e il 2012. Il Comune ne è il proprietario concessionario. In origine le era stato imposto un nome borghese, da passeggiata e salotto: Galleria Centrale. E un senso l’aveva anche, considerata la sua collocazione topografica nel cuore di Reggio, dove s’incrociavano il cardo e il decumano. Ma la consuetudine sociale e la cultura storica locale ribattezzarono Mercato Coperto la struttura in tardissimo stile eclettico. Immaginatevelo come potrebbe essere, oltre il maglione e il pantalone che non costituiscono identità: Mercato Coperto con bar, salumerie, formaggi, degustazioni, esposizione dei prodotti locali e delle loro filiere, una rappresentazione del buon vivere reggiano, atelier della macchina economica e dei punti di forza: Parmigiano Reggiano, burro, salumi, Lambruschi, aceto balsamico, frutta e verdura, paste farcite, tipicità indigene e per forza internazionali. Meccanica ed elettronica non fanno turismo. Provate a delocalizzare la pompa idraulica o il giunto cardanico, provate a delocalizzare il “vacche rosse” o i cappelletti, provate.

Cos’altro abbiamo d’attrattivo: Matilde che non è per tutti? Le ceneri delle coop che non ne hanno più per nessuno? Proprio le coop. Come ha ricordato il collega Enrico Lorenzo Tidona il 10 giugno: “Nel mezzo ci sono anche le vicissitudini delle coop azioniste della Galleria srl, la società titolare della concessione dei muri fino al 2050 del Mercato Coperto. Si tratta di Coopsette (70% delle quote) e Tecton (30%), entrambe in liquidazione coatta, che hanno messo in mano al liquidatore la società partecipata. Le coop avevano dato vita al project financing: pagando i lavori di ristrutturazione si erano viste concedere l’uso commerciale del Mercato Coperto. Il deterioramento delle condizioni economiche aveva già portato a un’estensione della concessione, con un abbassamento anche del canone di locazione concesso a Ovs, subentrata a Coin, gruppo al quale Ovs appartiene. La Galleria prosegue la sua attività ma l’amministrazione comunale è intenzionata a mediare una condivisione dello spazio redistribuendo i costi e facendo entrare altri soggetti per poter aumentare anche l’appeal del Mercato che rianimerebbe anche quel quadrante di città”.

Questo è il momento buono per scardinare l’intenzione restaurativa momentanea (cioè il “mettiamoci una pezza”) con un’intenzione potentemente innovativa. Serve forza immaginativa, che vada anche al di là di esempi vicini. Come i Mercato del Quadrilatero a Bologna, che ha origini medievali: esso e la città sono la stessa cosa, stesso flusso. Come il Mercato Albinelli di Modena che ha ritrovato energia e attrattività. E mi spingo oltre la connotazione commerciale.

Un modello a cui guardare è a Siena (sia chiaro: città toscana con assoluta preminenza storico-artistica e quindi turistica). È il Negozio del Consorzio Agrario di via Pianigiani 9. Si tratta di un emporio-rassegna-mercato-vetrina di alimentari, vini, prodotti tipici della terra senese: Specialist grocery store typical food and wines. Tutti partecipano all’impresa, così da evitare i proverbiali dissensi o conflitti con le categorie, le associazioni. Sarebbe il tempo di farla finita di predicare che Reggio non ha attrattività turistica, che i suoi caratteri sono più aderenti e intonati “al tempo del lavoro” che al “tempo libero”.

La riprova è data dal tipo di utenza (pre-covid) che frequenta alberghi, Bed and Breakfast e Airbnb: professionisti in movimento, viaggiatori per lavoro, frequentatori di Reggio Children, parenti che assistono gente che è qui in cura… Considerato questo avrebbero ragione coloro che cantilenano che a Reggio “c’è nulla da vedere”. Pessimisti di poca fede. Il turismo oltre che vedere (ammirare) mangia e beve, anzi i viaggi di piacere/cultura oggi più che mai hanno come motore la soddisfazione sensoriale: cucina, cantina, tradizioni o innovazioni, proposte anche ardite. Esperienze. In questo campo la nostra città e il suo territorio – il terroir dicono i francesi – è formidabile, ineguagliabile, prospero.Ma ha un difetto: Reggio lo sa, ha un potenziale a disposizione, ma è suggestionata dal suo spirito pratico. Ecco perché servono visionari e sognatori. —

s.scansani@gazzettadireggio.it

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