«La mafia infesta le nostre terre Io la combatto con la graphic novel»
Meno silenzi e più fiducia nella giustizia: è l’appello a fumetti della liceale 17enne Bianca Soliani
REGGIO EMILIA. Non è un romanzo che diventa un fumetto. È l’indubbia abilità col disegno di una studentessa di 17 anni che, rivolta ai suoi coetanei con l’intenzione di scuoterli, descrive efficacemente cos’è la ’ndrangheta terribilmente radicatasi sotto traccia attorno a noi. Come dice lei «a soli 40 minuti di macchina» dalla “sua” Luzzara, alludendo agli esiti del maxiprocesso Aemilia nell’aula-bunker di Reggio Emilia, la vera “molla” che innesca la narrazione. Bianca Soliani da pochi giorni è stata promossa in quarta C al Liceo scientifico Russell di Guastalla e con le 17 tavole (65 vignette) del suo fumetto sta partecipando al concorso nazionale – sulla delicata tematica – proposto dall’associazione antimafia dedicata a Peppino Impastato e Adriana Castelli.
Ma la presa di coscienza di Bianca – molto matura per la sua età – ha radici lontane consolidatesi con gli anni, come spiega alla Gazzetta ricordando una lettura (di Luigi Garlando) in seconda media, poi al Liceo una ricerca mirata (su Roberto Saviano), gli incontri formativi in classe con i volontari di Libera, l’incoraggiamento e supporto della professoressa Daniela Codeluppi (di italiano e latino) affinché partecipasse al concorso “Il fumetto dice no alla mafia”, perché ben conosce interessi e creatività della sua allieva.
E a quel punto, Bianca, è iniziata la tua avventura...
«Sì, partendo dal presupposto che la mafia non è più un pericolo distante da noi e ho cercato di spiegarlo con il fumetto, un modo con cui mi piace esprimermi. A quanto già sapevo sulla ’ndrangheta ho associato una ricerca sul web, per avere notizie qualificate, certe. Poi ho scritto il copione, disegnato le vignette e trasferito il tutto sull’ipad. Un lavoro di circa tre mesi».
Il fumetto è giocato sul dialogo fra due ragazzi, in chiave decisamente autobiografica.
«È vero, il personaggio con il cuoricino sulla maglia sono io. E il giovane con cui parlo fa le domande giuste. Si dimostra prima meravigliato e scettico, poi interessato a capire i pericoli di un fenomeno che sintetizzo in diverse frasi o parole: strade distrutte, radio che non trasmettevano più, regali che esplodono, proiettili, morte e acido. Mi riferisco a fatti cupi di cronaca, come la tremenda uccisione del piccolo Di Matteo, strangolato e poi sciolto nell’acido. Un ragazzo come noi, l’emblema di tantissimi morti innocenti».
Per te cos’è la mafia?
«Ci ho pensato a lungo, per ché nel fumetto volevo darle una rappresentazione immediata ed efficace. E credo che la grande pianta rampicante, infestante, sia l’immagine che ne racchiude davvero tutto il senso. Si aggrappa e si nutre, da parassita, dello Stato, di noi cittadini».
Si nutre anche di troppi silenzi...
«L’omertà è un grosso problema. Come è sbagliato il modo di ragionare, nel fumetto, dell’altro personaggio quando dice che basta stare lontano dalla mafia per non avere problemi. È giusto il contrario, va combattuta, non possiamo lavarcene le mani».
Che messaggio lanci, in definitiva, ai ragazzi come te ritrovatisi a vivere in una terra in cui la ’ndrangheta si è fortemente radicata?
«Che la mafia non è invincibile e tutti dobbiamo fare la nostra parte per sconfiggerla, credendo nella giustizia come dimostra il maxiprocesso Aemilia». —
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