«La via dedicata a Tito e il busto di Cialdini? Occasioni per fare i conti con la storia»
Marco Cosentina, docente di storia e filosofia all’Ariosto-Spallanzani riflette sui simboli controversi di Reggio e il nostro rapporto col passato
REGGIO EMILIA. «Perché non provare a creare una sorta di disagio nell’astante, mettendo a confronto in un luogo simbolico personaggi che si sono trovati su fronti diversi? Potrebbe essere un modo per creare un dibattito pubblico sulle zone d’ombra della storia a partire dall’identità degli spazi urbani. È chiaro che non intendo però dire che a fianco delle vie intitolate ai partigiani dobbiamo mettere il busto di Mussolini, perché in questo caso un giudizio univoco è già stato dato. Nel caso del generale Cialdini, invece, potrebbe essere un’occasione di approfondimento sul Risorgimento». Per Marco Cosentina, docente di storia e filosofia al Liceo Ariosto-Spallanzani di Reggio, il dibattito che si è scatenato a livello mondiale dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd e la furia contro simboli del passato coloniale, rappresentano un’occasione di approfondimento storico che andrebbe colta.
Con il professore abbiamo discusso anche dei simboli controversi di Reggio Emilia.
Professore, personaggi storici, ai quali sono stati dedicati piazze, strade e che sono effigiati in busti e statue, vengano messi in discussione. Si tratta di un bisogno fisiologico di rileggere la storia?
«Bisogna distinguere tra fare storia e consegnare alla memoria una determinata visione degli eventi storici attraverso la statuaria o la toponomastica. Erigere una statua non vuol dire fare storia ma consacrare un fatto storico, glorificarlo, legittimare certi processi, creare una condivisione intorno a determinate immagini. Si tratta di operazioni che rispondono a istanze comunicative orientate a suscitare emozioni e non a innescare riflessioni. Pensiamo ai monumenti ai caduti: la commozione doveva occultare l’immane strage e le sue responsabilità per creare un orizzonte di senso comune».
Condivisione che poi puntualmente viene meno, a giudicare dalla furia iconoclasta di questi tempi…
«Intorno ai personaggi che vengono glorificati si costruisce una narrazione. Ed è normale che quando si forma una narrazione contrapposta ci sia una reazione contro questi simboli. Devo dire che in questi giorni non siamo di fronte a una furia iconoclasta che deturpa opere d'arte, perché queste statue non hanno per lo più un valore artistico intrinseco. Si tratta di una azione politica volta a smantellare una determinata narrazione a partire da specifici simboli».
Quando vengono messi in discussione certi personaggi del passato la reazione è quella del disagio.
«Sì, perché è una discussione che ci prende alla sprovvista. Quando la discussione riguarda simboli squalificati, come Saddam Hussein, Hitler o anche l’apparato iconografico del socialismo reale, ci sentiamo dalla parte di queste proteste. Ma quando vengono attaccati simboli che parlano di noi stessi, del nostro cuore di tenebra, trofei che sono uno specchio spesso del nostro benessere, questa cosa assume connotati negativi anche per le persone progressiste».
Con il busto, la strada e la caserma intitolate al generale Enrico Cialdini cosa dovremmo fare viste le stragi che gli sono imputate nelle cosiddetta guerra al brigantaggio?
«La storia vera di quel periodo è disconosciuta, come del resto accade per molti momenti cruciali della storia del nostro Paese. Il Risorgimento è un periodo che è stato quasi subito dalle masse, al sud come al nord. Personaggi come Cialdini oggi dicono poco a molti sebbene sia legato a un momento storico che ha un forte influenza sul presente, dal momento che ha proiettato seppur con grosse contraddizioni per la prima volta settori sociali esclusi in una cornice più estesa, quella nazionale, come porta d’accesso alla modernità. Tanto per capirci, a Reggio si parla di ‘ndrangheta, ed è un fenomeno che va letto anche alla luce di quanto accadde all’epoca».
Allora il busto di Cialdini non lo togliamo ma cogliamo l’occasione per fare luce su quel periodo?
«Di fianco a Cialdini potremmo mettere il busto di Giovanni Passannante, l’anarchico “mazziniano” lucano che attentò alla vita di Umberto I. Credo che questa operazione potrebbe essere utile anche per suscitare la curiosità nei ragazzi ai quali si insegna la storia ma non a fare dibattito storico. Un’occasione per coinvolgerli in una ricerca attiva che sia in grado di restituire una visione completa degli eventi”. Scientifica perché “confutabile” e soprattutto documentata».
Un’altra via contestata a Reggio è quella dedicata al capo di Stato jugoslavo Tito. Ogni anno, in prossimità della Giornata del ricordo, che commemora le vittime delle foibe e l’esodo forzato della popolazione italiana, qualche consigliere comunale chiede di cambiare nome alla strada. Possiamo commemorare Tito e al tempo stesso le vittime delle foibe?
«Le foibe sono una pagina drammatica, da contestualizzare però all’interno di un paesaggio tragico, quello dell’occupazione italiana della Jugoslavia che ha assunto spesso tinte criminali. In tale processo Tito ha svolto un ruolo fondamentale, sebbene poi a sua volta abbia tradotto la resistenza in regime. Fare ricerca storica vuol dire fare piena luce sul fenomeno e portare anche alle vittime un giusto contributo. Le vittime non devono essere strumentalizzate, come spesso si tende a fare, ma va loro data la giusta dignità. Se guardiamo alla storia, ci rendiamo conto che essa assomiglia più a un mattatoio che alla Città del Sole sognata da Campanella. C’è più sangue che luce, ma questo non vuol dire che dobbiamo annegare tutto in un’unica uniforme condanna. Solo attraverso un’intelligente ricerca documentale possiamo restituire la giusta dimensione ai fatti, mettendo in fila tutti i tasselli, non solo quelli che fanno comodo».
Discutere di Tito vuole dire discutere di come Reggio si è schierata nel periodo della Fuerra Fredda.
«Da un po’ di tempo non si sentono più grossi dibattiti sul periodo del comunismo reggiano. Sembra che non ci sia più interesse ad un’analisi che ne restituisca appieno il quadro. Si assiste a strumentalizzazioni politiche ma manca l’attenzione rigorosa».
I gesti iconoclasti però non sembrano utili a suscitare il dibattito quanto piuttosto la sterile contrapposizione.
«Questi gesti fanno parte della storia. La Bastiglia venne rasa al suolo anche se non svolgeva più la sua funzione di struttura repressiva. È come se il cammino della Storia a tratti avesse bisogno di erompere da un atto distruttivo. Oggi però i gesti di impatto simbolico ci fanno paura perché siamo assuefatti alla mancanza del conflitto. Inoltre sembra quasi che se qualcuno dice una cosa diversa rispetto alla narrazione dominante questo provochi un certo disagio, quasi un rigurgito conformista. Le statue crollano quando un racconto storico risulta ormai inaccettabile e le sensibilità diffuse sono pronte al cambiamento». —
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