«Ospite con sintomi atipici ha provocato il focolaio»
Il sindaco Torelli: «Era stato al Franchini per problemi cardiovascolari»
Jacopo Della Porta
REGGIO EMILIA
«L’unica cosa che sappiamo, come amministrazione comunale, è che ci è stato chiesto di esumare sei salme e pertanto, trattandosi di un atto che deve essere compiuto dal nostro ente, ne siamo stati ovviamente informati. Per il resto, non siamo a conoscenza di particolari sull’indagine della magistratura». Il sindaco di Montecchio Fausto Torelli commenta così le notizie sull’inchiesta che riguarda la Casa della Carità, struttura che aderisce alla Fedisa (Federazione diocesana servizi agli anziani).
Sindaco Torelli, da quanto ne può sapere lei, come è potuto accadere che dall’ospedale Franchini sia stato dimesso e mandato alla San Giuseppe un paziente contagiato?
«Da quello che si sa, è stato un caso atipico, molto anomalo. In questo paziente le modalità di insorgenza del Covid è stata cardiovascolare. La malattia si è manifestata con una sincope e non con problemi respiratori o la febbre. In quel momento, ai primi di marzo, non si prestava attenzione ancora a sintomi di questo tipo, o anche a quelli gastrointestinali, che invece in seguito si è cominciato a valutare con attenzione. Ricordiamoci che in quella fase si chiedeva ai pazienti se erano stati in Cina o a Codogno, questa era la situazione. Questo paziente ha portato il contagio nella struttura per anziani e anche il Franchini come si ricorderà venne chiuso».
Come sindaco, quando e come si è attivato per la Casa della Carità?
«Ho scritto al parroco (don Angelo Orlandini, ndr) per chiedere chiarimenti sulla situazione. Chiesi se avevano bisogno di qualcosa. Girai la lettera per conoscenza anche all’Ausl».
E poi cosa successe?
«L’Ausl intervenne perché nel frattempo era stato elaborato un protocollo per le strutture per anziani».
Che prevedeva, tra le altre cose, anche l’istituzione di una zona isolata per i pazienti ammalati…
«Un altro problema che emerse era quello della carenza di personale. L’Ausl ha provveduto a integrarlo e inoltre ha allestito delle Unità speciali per l’assistenza domiciliare (Usca)».
Una criticità che è stata riscontrata nelle strutture per anziani, ma anche in quelle sanitarie, è stata la carenza di dispositivi di protezione individuale quali mascherine, guanti... Le risulta che questo problema fosse presente anche alla Casa della Carità di Montecchio?
«La struttura ci ha chiesto questo materiale. Il nostro Comune aveva a disposizione delle mascherine, anche FFP2, circa un migliaio, donateci da un cittadino. Ne abbiamo pertanto date un po’ alla Croce Arancione e le altre alla Casa della Carità che ce ne aveva fatto richiesta».
Secondo lei la risposta a questa emergenza epidemica è stata, parlando a livello generale, adeguata?
«Dobbiamo sempre tenere presente bisogni e strumenti a disposizione. Nelle prime fasi c’erano molti bisogni e pochi strumenti disponibili. Ora per fortuna la situazione è l’esatto contrario, abbiamo pochi bisogni e molti strumenti. Credo che all’epoca sia stato attivato tutto quello che bisognava attivare. Con l’Ausl, ad esempio, c’è stata una collaborazione che giudico sia stata molto utile». —
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