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Le Cicogne contro il Mire «Un’opera megalomane»

Le Cicogne contro il Mire «Un’opera megalomane»

Secondo il comitato la costruzione dell’ospedale materno-infantile  sarà la pietra tombale  sui punti nascita chiusi

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Castelnovo Monti

Non è mai stato tenero, il comitato “Salviamo le Cicogne” sul progetto del Mire, il nuovo ospedale materno-infantile in via di realizzazione a Reggio Emilia (dei giorni scorsi l'annuncio che sarà pronto nel 2026). Una struttura “rea”, secondo le Cicogne, di aver contribuito alla ristrutturazione dei servizi di ostetricia e, in definitiva, alla chiusura del punto nascite di Castelnovo Monti, che nelle intenzioni della Regione dovrebbe riaprire (ma dopo gli annunci del presidente Bonaccini sono richiesti ora anche passi avanti formali).

Non è dunque morbida nemmeno ora, dopo il piano di realizzazione annunciato, la posizione del comitato. «È stupefacente che si riesca a dire tutto e il suo contrario senza che nessuno osi smentire. Impiegheranno 5 anni con un budget di spesa di 42 milioni di euro, che in corso d’opera magari raddoppieranno, per costruire il Mire, un ospedale megalomane per sostituire gli attuali reparti di ginecologia e pediatria del Santa Maria Nuova. In piena e perdurante crisi demografica; una crisi che la commissione nascite regionale ritiene calmierabile solo con la ripresa dei flussi migratori. E ci dicono che non toglierà niente».

«Intanto i punti nascita di tutta la provincia fuori Reggio sono ancora chiusi – proseguono – e di certo quando il Mire sarà operativo lo rimarranno per sempre. E poi i soldi: aver deciso di puntarli tutti su un numero, scopre le altre esigenze. Bonaccini a Reggio disse che la Regione ha assecondato le richieste di Reggio che puntava tutto sul Mire, quando nelle altre province gli investimenti sono stati più articolati. Ma poi perché? Non ha insegnato niente il Covid? Evidentemente no, giacché Bonaccini riesce a dire che sarà addirittura favorita la domiciliarità, e il sindaco Vecchi parla di senso di responsabilità. Altri tempi quando gli amministratori reggiani spendevano i soldi pubblici sulla base dei bisogni, stando attenti a non sprecarli. Un tempo si investiva in risorse umane, oggi in progetti edili che, continuando così, passeranno presto di mano a favore del privato». —

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