Gazzetta di Reggio

Reggio

Non Una di Meno scende in piazza «No al sessismo»

Flash mob femminista ieri pomeriggio in piazza Prampolini «Riprendiamoci lo spazio e il tempo che ci hanno tolto» 

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REGGIO EMILIA

Anche a Reggio Emilia, come in moltissime altre città italiane, Non Una Di Meno, il movimento femminista e transfemminista che da quattro anni anima la scena politica locale e internazionale, è tornata in piazza per manifestare la sua ferma determinazione a riprendersi lo spazio pubblico con la forza delle parole e la potenza dei corpi, di nuovo presenti e attivi nel cuore vivo della città. In sinergia con la manifestazione promossa da Priorità alla scuola, un partecipato presidio/flash mob che si è svolto ieri pomeriggio in piazza Prampolini ha annunciato la volontà di «inaugurare, con queste prime fiammate, il caldissimo autunno post coronavirus già alle porte». «Il nostro no alle infinite forme di violenza che quotidianamente colpiscono le nostre vite – sottolinea il movimento – è risuonato forte e chiaro, dando concretezza a nuovi sguardi e traiettorie tracciate per andare oltre e non ricadere in quella normalità problematica che da sempre vogliamo cambiare, fatta di violenza maschile e di genere, di razzismo e di sfruttamento in casa e sul lavoro. Così come è stata “urlata”, anche attraverso toccanti e talora drammatiche testimonianze, la nostra presenza attiva al fianco delle donne e delle soggettività dissidenti, delle persone migranti e razzializzate che hanno continuato e continuano a scioperare e a ribellarsi alla violenza con cui ci vorrebbero zittire».

«I dati – proseguono le attiviste – benché parziali, ci confermano che la violenza nelle case, come purtroppo avevamo previsto, ha registrato una fortissima impennata durante il lockdown, intensificandosi proprio come un virus, soprattutto tra quelle mura domestiche che avrebbero dovuto garantire la nostra sicurezza e il nostro “gioioso” benessere: i centri antiviolenza hanno continuato a garantire supporto alle donne che vi si rivolgono, nonostante le enormi difficoltà create dal distanziamento sociale e dalla mancanza strutturale di finanziamenti e Non Una Di Meno, attraverso i suoi canali social, ha promosso campagne per sostenere le loro mai cessate attività, prime fra tutte quelle della Casa delle donne di Reggio Emilia, gestita dall’Associazione Nondasola, virtuosissima anche nell’emergenza».

Tantissime persone – è stato ricordato – si sono ritrovate (e si trovano tuttora) senza lavoro e senza reddito, tra cassa integrazione in ritardo di mesi, bonus di 600 euro assolutamente insufficienti, nessun tipo di sussidio per tutti i lavori in nero e non riconosciuti. Nei settori considerati come “essenziali”, dalla sanità ai servizi sociali, dalla sanificazione alla grande distribuzione, dalla logistica alle troppe fabbriche rimaste aperte, tantissime donne si sono trovate spesso senza dispositivi di protezione individuale, mettendo a rischio la propria salute e quella delle persone a loro vicine in cambio dei soliti salari bassissimi, accompagnate dalla retorica che le voleva “eroine” o “angeli” e pronte a sacrificarsi per il Paese con il sorriso.

«Razzismo e sessismo istituzionali – viene sottolineato – si rendono evidenti nell’ultimo provvedimento del governo: una sanatoria che esaspera le condizioni di ricattabilità in cui versano le donne e le soggettività migranti, la cui unica possibilità di regolarizzarsi è vincolata all'arbitrio di chi da anni le sfrutta nei campi o in casa con contratti precari o in nero. L’epidemia, il sovraccarico del sistema sanitario, la chiusura delle scuole a tempo indeterminato, l’estensione indefinita dei tempi di lavoro causata dal ricorso allo “smart working” hanno moltiplicato esponenzialmente il carico di lavoro produttivo e riproduttivo che pesa sulle nostre spalle. Lavorare da casa prendendosi cura di una persona malata o anziana e seguire figlie e figli nella didattica a distanza, tornare al lavoro con turni spalmati su orari impossibili, con la pesante incertezza sui tempi e le modalità di riapertura della scuole sono solo alcune delle molteplici e intollerabili situazioni di sfruttamento e oppressione che moltissime di noi hanno vissuto in prima persona. Non accettiamo – e qui Non Una Di meno conclude – che la ricostruzione e la convivenza con il Covid-19 avvengano al prezzo del nostro sfruttamento, dell’intensificazione della divisione sessuale del lavoro e del razzismo». —

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