«Ciao signor Coronavirus quand’è che te ne vai?» Le lettere al Covid-19 dei bambini della Pezzani
Il progetto della scuola primaria realizzato durante il lockdown «Anche i piccoli hanno passato come noi adulti un periodo difficile»
IL PROGETTO
EVARISTO SPARVIERI
«Ciao Coronavirus, ti chiedevo perchè ci fai tutto questo». E poi: «Caro Coronavirus, per favore puoi andare via? Io voglio ritornare a scuola e giocare con i miei amici e rivedere le mie maestre». E ancora: «Ciao Coronavirus, ti voglio dire perché avveleni le persone e le fai morire». Sono stati privati quasi di tutto: scuola, maestre, amici, scivoli e altalene de parchi pubblici. Talvolta anche dei genitori, impegnati a districarsi fra smart working e lavoro in presenza. Ma di certo non sono stati privati della loro fantasia. E, soprattutto, di quella genuina spontaneità che solo i bambini sono in grado di esprimere. Paure, desideri e speranze di fronte a una pandemia di proporzioni mondiali, di cui conseguenze hanno toccato da vicino le conseguenze, alle prese con tutte le restrizioni imposte dall’emergenza. È quanto raccontato dai bambini della 2A della scuola primaria Pezzani, che hanno voluto condividere con gli insegnanti una piccola parte del loro mondo emotivo. In che modo? Scrivendo lettere al “signor Coronavirus”. E chiedendo al Covid di uscire alle loro vite, per tornare il prima possibile alla normalità.
«Non li sentiamo parlare molto spesso, ma anche i nostri piccoli hanno passato come noi adulti un periodo estremamente difficile durante l’isolamento forzato - racconta l’insegnante Viola Curti – È vero, le misure di isolamento assunte dal governo hanno protetto la salute fisica delle nostre famiglie, ma che dire, invece, dell’impatto psicologico sui nostri bambini? Sotto certi punti di vista hanno forse sofferto in silenzio più di altri, manifestando disturbi del sonno, attacchi d’ansia, paura e irritabilità». Di qui l’idea di «far parlare direttamente i bambini con il virus dalle sembianze mostruose e grottesche e cercare idee per sconfiggerlo o quanto meno comprenderlo». È così che il Covid diventa un male che un bimbo spera finisca nello spazio, lontano dal nostro pianeta. Ma c’è anche chi, più candidamente, ammette di aver imparato qualcosa, come ad esempio lavarsi spesso mani.
«Ecco, allora, che nasce l’idea di intraprendere un rapporto epistolare immaginario - aggiunge l’insegnante – in cui i bambini possono esprimere tutti i loro dubbi e pensieri e rivolgersi direttamente a questo fantomatico mostriciattolo, che tanto ricorda un personaggio dei fumetti. Il signor Coronavirus è sfuggente, elusivo, ma certo non può nascondersi dagli occhi vigili dei bambini e dalle loro domande dirette e destabilizzanti. Un buon modo per esorcizzare questo demone, prendere più consapevolezza delle proprie emozioni e accettare il presente e quello che succede intorno a noi». Un progetto dal quale è nata una considerazione, che dal mondo bimbi riporta direttamente a quello dei grandi: «Se fa così bene ai nostri bambini, perché non provare anche noi grandi a prendere esempio da loro? Provare per credere». —
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