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Archeologo reggiano «Ho due passaporti ma non mi bastano per tornare in Italia»

Massimo Sesena
Archeologo reggiano «Ho due passaporti ma non mi bastano per tornare in Italia»

Il caso di Maurizio Forte, docente alla Duke University bloccato dalle norme anti-Covid adottate dai Paesi europei

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Massimo Sesena / REGGIO EMILIA

Abituato com’è – da anni – a scavare alla ricerca di verità storiche, l’ha fatto anche questa volta, ma per cercare di trovare una ratio alle disposizioni che ancora oggi vietano a lui – 59 anni, reggiano, docente di archeologia alla Duke University del North Carolina, doppio passaporto – di uscire dagli States per mettere piede in Italia.

Maurizio Forte è l’archeologo che ha riportato alla luce – in forma virtuale e non solo – la Regium Lepidi che possiamo ammirare nei reperti esposti all’Auditorium del Credem o, in forma virtuale, ai Musei Civici di Reggio, dove dal 2015 è allestita in maniera permanente la mostra multimediale Regium Lepidi 2200.

In queste settimane, Maurizio Forte avrebbe dovuto tornare in Italia dove, assieme ad altri studiosi di Cambridge è tra i responsabili di un progetto internazionale che riguarda Vulci, nel comune di Montalto di Castro, nell’alto Lazio. Un progetto importante, perché riguarda una delle pochissime aree archeologiche non contaminate: «A differenza di altri siti archeologici – spiega dalla sua casa di Chapell Hill, in North Carolina – il sito di Vulci è praticamente intatto, non è mai stato contaminato da altre civiltà e quindi è fondamentale per lo studio della civiltà etrusca». Uno studio che avviene con quegli strumenti che l’archeologo reggiano maneggia da sempre e negli anni ha contribuito a perfezionare. Parliamo di archeologia digitale, di neuroscienze applicate all’analisi di reperti. Operazioni complesse che possono essere seguite solo in parte da remoto, grazie alle tecnologie. Ecco perché – per questo e per altri progetti che il docente reggiano ha in Italia – oltre che per rivedere parenti e amici, Maurizio aveva intenzione di far ritorno a Reggio, ma ha dovuto arrendersi ai divieti di cui in queste ore si discute in tutta Europa. Nessuno può entrare nell’area Schengen se proviene dagli Stati Uniti.

Nemmeno chi, come Forte, ha il doppio passaporto ed è quindi cittadino italiano e americano insieme. E nei giorni scorsi, il professore si è sfogato con un post su Facebook: «Italiani che non sono ammessi in Italia. Ho chiesto lumi al consolato italiano di Filadelfia e mi hanno confermato che tutti i cittadini Italiani residenti in Usa non sono autorizzati a tornare in Italia, salvo casi eccezionali e per massimo 120 ore. È giusto che un Paese rifiuti l’ingresso ai propri cittadini? Vale anche per gli altri paesi Ue? Screening, quarantene, test, maschere, ok, ma essere banditi dal Paese non è troppo?». Poi, intervistato dalla Gazzetta, Forte aggiunge: «Ormai ho rinviato tutto. Avevo in programma di andare a Montalto di Castro per seguire l’andamento del progetto che comunque in questi mesi di lockdown si è bloccato. Per fortuna, il ministero dei Beni culturali italiano ha concesso la proroga di un anno dei nostri lavori».

Poi Forte sottolinea un aspetto effettivamente paradossale dell’intera vicenda: «Questa norma che mi vieta l’ingresso in Italia è doppiamente assurda perché anziché concedermi l’ingresso in quarantena, mi autorizza a entrare in Italia per 120 ore, sia pure per motivi gravi e ben codificati. Centoventi ore corrispondono a cinque giorni, una settimana lavorativa. Cinque giorni in cui io teoricamente – fa notare l’archeologo – posso infettare chiunque senza qualcuno mi fermi».

Molto più semplice sarebbe stato, secondo l’accademico reggiano, utilizzare tutte le misure di prevenzione che si applicano invece laddove la pandemia di Covid-19 è stata più aggressiva: «Penso non solo alla quarantena volontaria a cui mi sarei tranquillamente adeguato ma anche ai tamponi, ai test e al tracciamento. Tutto questo sarebbe stato certo più che sufficiente». —

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