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l’appello di aemilia 

Chiesti 23 anni per Vertinelli La difesa: «No, è da assolvere»

T.S.
Chiesti 23 anni per Vertinelli La difesa: «No, è da assolvere»

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BOLOGNA

Ieri gran parte dell’udienza dell’Appello di Aemilia – tenutasi come sempre nell’aula-bunker del carcere bolognese della Dozza – si è incentrata su una delle figure principali del procedimento, cioè il 57enne Giuseppe Vertinelli, considerato dalla Dda di Bologna (con il fratello Palmo) come un “partecipe” del clan ’ndranghetista emiliano, con epicentro Reggio Emilia.

In primo grado l’accusa non aveva argomentato le richieste di pena per i due Vertinelli (rifacendosi alla richiesta di misura cautelare avanzata nel marzo 2018, durante il giudizio).

Invece ieri il pm Beatrice Ronchi ha parlato a lungo (circa tre ore) e nella sua requisitoria ha affrontato relativamente a Giuseppe due temi: l’affare Le Castella (cioè l’acquisto all’asta nel dicembre 1998 di terreni ed immobili nella località marittima calabrese, il che fece infuriare Nicolino Grande Aracri) e l’azienda Secav (gestita dal 57enne e considerata legata ai giri di falsa fatturazione). Chiesta, infine, la condanna a 23 anni e mezzo di carcere (rispetto ai 29 anni e 10 mesi del primo grado, lo “sconto” arriva calcolando la continuazione fra delitto associativo e reati-fine).

A seguire l’argomentata arringa dei due difensori, cioè gli avvocati Alessio Fornaciari e Maria Battaglini.

Per la difesa dall’analisi delle intercettazioni telefoniche emerge la non interscambiabilità tra i fratelli Vertinelli (come invece sostiene la sentenza di primo grado, ndr), il che dimostra come non sia stato Giuseppe a gestire la Secav (società che per gli inquirenti rappresenta l’unico effettivo legame con la cosca).

Molto da ridire anche su un altro aspetto non indifferente della sentenza emessa a Reggio Emilia. «La sentenza è nulla nella parte in cui condanna Giuseppe Vertinelli quale uomo di Grande Aracri, membro della Cosca di Cutro. Il tribunale – rimarca la difesa – dedica più della metà della motivazione a riprendere il rapporto che l’imputato avrebbe avuto con il boss di Cutro, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Se così è, Vertinelli doveva essere giudicato da un diverso tribunale per un fatto diverso, la partecipazione appunto alla cosca Grande Aracri a Cutro». Dito puntato anche sulla «mancanza di ricostruzione in sentenza e di prova su come Giuseppe fosse passato dal ruolo di vittima di estorsione da parte dei Dragone a imprenditore colluso con la cosca emiliana o cutrese».

I due difensori hanno infine chiesto l’assoluzione per il loro assistito mettendo nel mirino complessivamente la sentenza di condanna «che fa confusione perché non ricostruisce i fatti e non valuta le prove».

Sempre ieri sono state discusse altre tre posizioni.

Per Giovanna Schettini – moglie di Giuseppe, condannata in primo grado a 6 anni e 11 mesi di carcere – il pm Ronchi ha chiesto una rimodulazione della condanna, chiedendo di portarla a 7 anni e 9 mesi con l'accoglimento di alcuni motivi di appello. Chiesta, infine, dall’accusa la conferma dei 4 anni e 6 mesi comminati in primo grado sia per Tania Giglio, sia per Luigi Salvati. —

T.S.

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