Il saluto di Fausto Nicolini «Si chiude un cerchio»
Dopo 37 anni di carriera, da oggi raggiunge il traguardo della pensione «Più che contento, sono deciso. Ho dato e avuto tanto dalla sanità reggiana»
REGGIO EMILIA
«Viaggi? Guardi, devo dire che mi hanno salutato in tanti e mi hanno anche regalato un viaggio da farsi entro i prossimi due anni, così aspettiamo il Covid al varco. Devo dire che non sono mai stato abituato a viaggiare. Anche ai viaggi di lavoro all’estero ho preferito sempre mandare i miei collaboratori. Diciamo che la prima cosa che farò è riposarmi. Sono stati periodi intensi: dieci anni da direttore, ma ho avuto anche altri incarichi. Negli ultimi tre anni abbiamo fatto la fusione fra le due aziende, che non è stata una passeggiata ma ci ha dato molte soddisfazioni. E poi gli ultimi mesi, con il Covid. Sì, per un po’ tenderò a riposarmi». Una carriera lunga 37 anni, sempre in prima linea. E ora il traguardo della pensione. Per Fausto Nicolini, fino a ieri direttore generale dell’Ausl, si tratta di «un cerchio che si chiude»: «Contento di andare in pensione? Diciamo che sono deciso... Sa sono 37 anni della mia vita, tutti a Reggio Emilia». Un passaggio di consegne nel segno della continuità con Cristina Marchesi (leggi articolo di fianco, ndr), già direttrice sanitaria, con la quale ha condiviso gli ultimi anni di lavoro: «Ho la fortuna – spiega Nicolini – che mi succederà una mia stretta collaboratrice. Direi che è un passaggio di consegne abbastanza semplice perché è perfettamente a conoscenza di tutte le dinamiche aziendali».
Dottor Nicolini, si sarebbe mai aspettato di arrivare a fine carriera e dover affrontare un’emergenza sanitaria globale come questa?
«Se me lo fossi aspettato avrei avuto doti divinatorie. Anche se, non dico fra gli addetti ai lavori, ma qualcuno questa possibilità l’aveva prevista. Io l’avevo letta l’estate scorsa a livello teorico in un bel libro. Detto questo, quando la tocchi con mano è tutta un’altra cosa. Diciamo che chiudere la carriera in questa prima fase del Covid, che non so quanto durerà e se riprenderà, ma che in questo momento è più sotto controllo, diventa un motivo in più: bene o male ora ci sono le condizioni per poter passare il testimone. Ho percepito che ora era giunto il momento. Chi andrà avanti dovrà mettere un impegno, una motivazione e una disponibilità che io non sono in grado di dare».
La sanità reggiana ha saputo reagire. E durante l’emergenza si è scoperto il valore della sanità pubblica. Non pensa che questo sia uno dei pochi elementi positivi messi in luce durante l’emergenza?
«Io di aspetti positivi ne ho visti due. Lei sta parlando con una persona che si è sempre occupata dei problemi della sostenibilità dei sistemi pubblici e universali. Mi ha sempre interessato l’argomento, per capire come questi sistemi siano resi sostenibili di fronte alle sfide che abbiamo. Spero proprio che ora la politica si sia resa conto di quanto sia importante avere un servizio sanitario a garanzia della salute della popolazione. Non dico tutta la salute, che non è garantita solo dalla sanità, anche dall’ambiente, da come costruiamo le città, dagli stili di vita, dall’educazione dei cittadini. Si è visto bene: senza regole non ce l’avremmo fatta. Spero che quanto avvenuto faccia cambiare rotta e si comprenda che una sanità pubblica è un valore aggiunto per l’economia, per la tenuta sociale, per la lotta alle disuguaglianze. L’ho ripetuto fino allo sfinimento: l’alternativa al sistema pubblico sarebbe un modello bismarkiano, ovvero assicurativo obbligatorio. Bismarck non era un grande democratico, riformatore, progressista ma aveva ben chiaro che se voleva un esercito forte e un’industria che funzionasse doveva avere la popolazione in salute. Se lo aveva capito lui, spero che lo capiscano anche altri adesso».
E il secondo aspetto?
«Il fatto che i nostri operatori si siano in qualche modo riappropriati dell’orgoglio di lavorare per un sistema sanitario, quando per anni sono stati bersaglio di critiche e quando tutto ciò che c’era di negativo nel sistema sanitario faceva notizia. Adesso gli operatori della sanità sono diventati eroi. Io non mi spingerei fino a tanto. Curare le persone è il nostro mestiere. Spero che non siano più considerati come prima».
Beh, a Reggio il sistema sanitario è sempre stato considerato molto vicino alla società, non crede? Pensa che sia una peculiarità solo reggiana?
«C’è chi ha studiato questo aspetto. Sicuramente a Reggio la sanità è incardinata in un capitale sociale e in un senso civico che si ritrova raramente nel resto del Paese. Su questo Reggio, e per certi versi tutta l’Emilia-Romagna, è all’avanguardia. Però è chiaro che nel contesto di una pandemia non si può pensare a Reggio Emilia come a un’isola felice. Bisogna che tutto il contesto sia allineato».
Qual è stato il momento più bello in questi 37 anni di carriera?
«Non saprei dirlo. Ho fatto una carriera in continuità. Sono un medico ma ho ricoperto tanti ruoli. E sono sempre venuto a lavorare con una grande voglia, nel senso che nel nostro mestiere la motivazione è fondamentale. Ho avuto la fortuna di avere inaugurato tante strutture, riqualificazioni ospedaliere, case della salute, aggiornamenti tecnologici, ma spesso erano progetti partiti da chi c’era prima di me, di cui non posso prendermi meriti solo perché mi sono trovato lì...».
E il momento più brutto?
«È facile da capire…».
Sta parlando dell’inchiesta su Bibbiano?
«Quello è stato il momento in cui ho provato più sofferenza, anche in relazione al mio passato, a quello della mia famiglia. Si sono riattivate alcune ferite molto vecchie...»
La sua posizione è stata archiviata già in fase di indagine.
«Non entro nel merito degli atti e delle decisioni, resta per me un momento che mi ha molto ferito».
Lei è figlio del leggendario partigiano Diavolo. Come sta suo padre? E cosa pensa del suo pensionamento?
«È molto contento, perché mi ha visto molto affaticato. Devo dire che per certi aspetti era più preoccupato di me. Penso sia solo contento. È un anziano di 100 anni che si aspetta di godersi un po’ di più suo figlio rispetto agli impegni che non mi hanno consentito di stargli più vicino».
Quindi non andrà in Regione? Si parla di un suo approdo a Bologna.
«In questo momento ho deciso di andare in pensione. Ci sono colleghi che rimarrebbero a lavorare fino all’età di mio padre e da un certo punto di vista li ammiro. Ognuno ha il proprio vissuto. Io ho avuto una vita intensa, con tanti aspetti personali e lavorativi, ma ho percepito che era giunto il momento di passare il testimone. Ora sono nella condizione di non aver bisogno di trovarmi un lavoro, di non avere obiettivi cogenti e di poter trasferire a chi interessa, e vorrà ascoltare, la mia esperienza e quel po’ di competenza che ho acquisito. Lo farei in modo gratuito, senza offrirmi, sia chiaro. Quel che succederà, si vedrà».—
E.Spa.
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