Il Comune deve fare un passo indietro e mettersi in ascolto dei residenti ignorati
Gli architetti Rossana Benevelli e Simone Ruini intervengono sul progetto Area 902-Abitare Solidale che riguarda la zona stazione
LA LETTERA
Ci sono, inutile negarlo, parti di città più complesse di altre, per le condizioni socio economiche della popolazione residente, per la capacità di reddito e di potere d’acquisto che questi abitanti esprimono, per la qualità dell’offerta abitativa e dei servizi presenti, per le relazioni ambientali con un contesto prossimo, per la possibilità di costruire relazioni di vicinato e vivere serenamente la propria quotidianità. Naturalmente queste variabili non sono indipendenti, si condizionano vicendevolmente. La zona di via Turri – via Paradisi è racchiusa come un bozzolo tra la ferrovia, il sovrappasso di via del Partigiano ed il residuo tessuto di una lontana zona industriale di un tratto di via Emilia. Un quadrilatero di 350 metri di lunghezza e 100 metri di profondità che ha visto la concentrazione su via Turri di innumerevoli progetti voluti dalle amministrazioni comunali avvicendatesi nel corso degli ultimi 20 anni (Reggio Sicura – Parco Paulonie – Piazza D. Secchi – Patto per la convivenza – Piano di riqualificazione zona stazione, mediatore di quartiere, Centro sociale Reggio est, tra gli altri) e l’investimento di molte risorse pubbliche. L’attuale amministrazione, a febbraio 2020 proprio pochi giorni prima del lockdown, ha annunciato un nuovo progetto chiamato Area 902-Abitare Solidale. Un progetto da realizzarsi in sei differenti fasi/stralci e che prevede «un ampio programma di rigenerazione urbana di edifici e aree di interesse pubblico, privilegiando il recupero edilizio e l’incremento della qualità abitativa e delle infrastrutture esistenti sia per la mobilità che per le funzioni di interesse collettivo del quartiere».
Amici e conoscenti ci hanno chiesto pareri sul progetto da un punto di vista architettonico/urbanistico in queste settimane. E a tutti abbiamo risposto allo stesso modo. Del progetto architettonico, del disegno, dell’uso dei materiali, sinceramente, in questa fase, ci interessa poco. Ciò che riteniamo importante sono le premesse al progetto e le modalità con cui viene proposto dall’amministrazione. E le premesse sono cariche di critiche e di domande a cui, speriamo, l’amministrazione stessa vorrà dare risposta. In particolare per la parte di intervento pubblico concentrato sui civici 6, 8, 10 di via Paradisi riguardante la componete abitativa, ma non solo.
Innanzi tutto riteniamo inaccettabile come siano stati ignorati gli aspetti più elementari del rispetto e della sensibilità degli individui quando, come in questo caso, si è progettato di privare della propria casa una persona, con tutto quel che rappresenta per ciascuno di noi la propria abitazione. Consideriamo una grave violenza il fatto che i residenti siano venuti a conoscenza attraverso i media di un progetto tanto impattante sulle loro esistenze. E ancora più grave l’aver comunicato la possibilità di apporre il vincolo preordinato di esproprio preliminarmente ad ogni fase interlocutoria, collocando i residenti fin da subito con le spalle al muro, con l’angoscia di sedersi ad un tavolo aprendo il confronto con delegati del comune con una tale spada di Damocle sulla testa.
È un mese che continua la polemica sugli espropri, con mistificazioni e toni inutili. Se il messaggio coattivo arrivato ai residenti non è corretto, per recuperare un rapporto altrimenti compromesso, non è il caso che l’amministrazione faccia un passo indietro e si impegni a non utilizzare questo strumento?
La parola “riqualificazione” è un termine passpartout ormai abusato dalle amministrazioni, come i termini rigenerazione, rivitalizzazione, innovazione. Chi infatti vuole presentarsi contrario a migliorare una situazione? Chi si arrischia ad opporsi ad un cambiamento presentato come virtuoso? Questo progetto, Area 902-Abitare Solidale, viene calato dall’alto in una realtà considerata scomoda. E come i progetti calati dall’alto risponde a esigenze poste dall’alto. Manca, e lo si è visto proprio da queste prime fasi, della volontà di far leva sui punti di forza presenti sul territorio. È mancata la partecipazione di chi vive il quartiere, la sensibilità di aprire il confronto con quelle esistenze che intrecciandosi hanno garantito al bozzolo di via Turri-via Paradisi di non diventare un ghetto chiuso ma di continuare a rinnovarsi e a costruire ponti. Chi ha vissuto nel quartiere per anni, a volte decenni, chi ha investito nel quartiere energie e speranze e ancora vuole investire. Si trascura l’importanza delle relazioni di comunità, in particolare le relazioni solidali positive, che si costruiscono nel tempo con la condivisione di spazi e di esperienze. Una volta allontanate le persone residenti dalle due palazzine, sostituite con nuove figure, in che termini l’amministrazione ritiene che la vita dell’area migliori? Che benefici apporteranno sull’area i nuovi residenti o i city users che per definizione sono Individui che si recano in città transitoriamente per consumare servizi pubblici e privati, non motivati da esigenze lavorative (come i pendolari), ma unicamente ricreative, culturali e commerciali? Perché non capovolgere il progetto e partire proprio dalle esigenze locali?
Di fatto a questi residenti, agli abitanti del quartiere ma anche a noi semplici abitanti di Reggio è stato negato il diritto di partecipare attivamente, di essere effettivamente parte della città.
Sarebbe un processo complesso, lungo, ma creerebbe dei presupposti agli interventi sicuramente differenti. Forse, e ripetiamo forse, comprenderebbe misure per gestire i servizi idrici ed elettrici tagliati per insoluti, le decine di appartamenti messi all’asta nel corso degli anni, o interventi su edifici più svantaggiati per stato manutentivo, debitorio o per collocazione spaziale, o anche interventi su spazi a cantine, o chissà? Partire per la progettazione da ciò che emerge dal territorio ed essere disponibili a mettersi in gioco, questo potrebbe effettivamente giovare ad un progetto che nasce da basi sbagliate.
Ecco, il progetto dell’amministrazione sicuramente porterà cambiamenti. Alla vita di molte persone, ai luoghi. Certamente innescherà processi sociali. Sinceramente ora non ci paiono positivi. Pensiamo che l’approccio alla città, e ancora di più alla città esistente, debba partire da altri presupposti, con altri metodi e con una differente sensibilità in particolare al capitale sociale. Se realmente Reggio Emilia vuole essere città delle persone che l’amministrazione lo dimostri ripensando il progetto, e, speriamo, le persone non aspettino l’amministrazione per diventare realmente protagoniste delle proprie vite. —
Architetti Indipendenti
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