Aemilia ’92, la sentenza appesa a un filo tutto tace sulla ricusazione dei due giudici
La Corte d’appello non si è ancora espressa sull’istanza di Grande Aracri. L’udienza del 17 luglio può non essere decisiva
REGGIO EMILIA
L’ha ricordato ieri il presidente Dario De Luca, al termine dell’ennesima intensa udienza in Assise su due omicidi in odore di ’ndrangheta, cioè quello a Reggio Emilia di Nicola Vasapollo e il delitto di Giuseppe Ruggiero a Brescello.
L’intenzione della Corte è di emettere la sentenza nella prossima udienza del 17 luglio, ma un margine di dubbio c’è. La motivazione di questa incertezza si sa da metà maggio: l’imputato Nicolino Grande Aracri – tramite i difensori Gregorio Viscomi e Filippo Giunchedi – ha avanzato un’istanza di ricusazione nei confronti del presidente De Luca e verso il giudice togato a latere Silvia Guareschi. A essere sollevata è una incompatibilità dei giudici che, insieme al presidente del tribunale Cristina Beretti, hanno respinto l’istanza di scarcerazione avanzata dal boss, detenuto al 41 bis, in ragione delle sue precarie condizioni di salute che lo renderebbero particolarmente esposto al rischio di contrarre il Covid-19. Aver deciso per la permanenza in carcere dell’imputato, secondo i due legali, costituirebbe in sostanza una sorta di «anticipazione del giudizio» del processo in corso. Il problema è che su questo non indifferente “nodo” la Corte di appello di Bologna non si è ancora espressa e, al momento, restano aperti tre scenari: la decisione non viene presa entro il 17 luglio e in quella data allora vi sarà spazio solo per le repliche e verrà programmata un’ulteriore udienza, oppure l’istanza difensiva viene bocciata e il 17 luglio arriverà l’atteso verdetto, altrimenti nel caso risulti fondata il processo sarà da rifare. Vedremo.
«Poiché gli elementi inoppugnabili di prova, come i riscontri sul Dna, sono andati dispersi o non esperiti, restano solo le ricostruzioni dei pentiti. E visto che discordano, gli imputati vanno assolti». È in sintesi questo il ragionamento seguito nell'ultima arringa difensiva. Ieri per circa cinque ore la parola è passata ai legali di Angelo Greco, detto “Linuzzo” che hanno concluso chiedendo l’assoluzione. Sulla scia delle difese degli altri tre imputati (Nicolino Grande Aracri, Antonio Lerose e Antonio Ciampà) anche l’avvocato Salvatore Staiano mette in evidenza soprattutto le contraddizioni emerse dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese a proposito di chi premette il grilletto nell'agguato mortale di Brescello contro Ruggiero. Secondo Valerio ad aprire il fuoco insieme a Greco fu Aldo Carvelli detto “Sparalesto”, un killer professionista al soldo delle cosche. Un particolare che Valerio avrebbe bene impresso perché, ha raccontato, inizialmente avrebbe dovuto essere lui a sparare, mentre alla fine si limitò a fare l’autista incaricato della fuga. Nelle dichiarazioni di Cortese, invece, di Carvelli non c’è traccia. Evividenzia con forza l’avvocato Staiano: «Carvelli è quello che ammazza per uno e quello che non c’è per l'altro. E qui c’è stato un errore marchiano della Procura che avrebbe dovuto mettere a confronto i collaboratori». Più volte il difensore lo ripete: «Non è affatto un elemento irrilevante e anzi è la chiave di dissoluzione di tutto il castello accusatorio, perché abbiamo due storie radicalmente diverse in relazione a personaggi che per la Procura sono entrambi là. E questo non è possibile». Staiano mette poi in discussione l’attendibilità di Cortese che «non era un amico e anzi ce l’aveva a morte con Greco». E mentì quando disse di essere andato a trovarlo in occasione del funerale del fratello «perché allora era in carcere».
A seguire l’avvocato Antonio Comberiati che, in premessa, si dichiara «terrorizzato dall’idea di difendere un uomo innocente», ma ritiene che le difese «hanno messo a nudo la verità, non essendoci elementi scientifici che supportano le tesi dell’accusa». —
T.S.
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