Gazzetta di Reggio

Reggio

IL sessantESIMO ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO 

«La Corte di Milano non se la sentì di condannare quei due poliziotti»

Adriano Arati
«La Corte di Milano non se la sentì di condannare quei due poliziotti»

L’ex presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia rivive il processo «Prove schiaccianti, ricordo l’enorme solidarietà di Reggio»

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REGGIO EMILIA

Si tornerà ai giorni del processo per i Morti di Reggio Emilia in compagnia di un ospite speciale, questa sera alle 21 al chiostro della Ghiara. Il complesso di via Guasco sarà la sede di un’iniziativa promossa da Anpi alla vigilia del 60esimo anniversario dell’eccidio del 7 luglio ’60.

Al centro, il dialogo fra il professor Carlo Smuraglia e il parlamentare piacentino Pierluigi Bersani. Smuraglia, 96enne partigiano e avvocato marchigiano da decenni residente a Milano, è stato a lungo presidente dell’Anpi nazionale, oltre che docente universitario e amministratore pubblico. Negli anni ’60, era uno dei legali di riferimento del Partito Comunista e uno dei principali referenti del collegio difensivo che affiancò i parenti dei caduti del 7 luglio nel processo istruito a Milano, nella seconda sezione della Corte d’Assise.

Il processo si tenne nel 1964, dopo anni di polemiche che portarono al trasferimento della sede da Reggio a Milano per la cosiddetta legittima suspicione: nel tribunale reggiano, la città dei fatti, non vi sarebbero state le condizioni ambientali per uno svolgimento processuale sereno. Una decisione da sempre contestata dalle famiglie così come dalle forze politiche di sinistra. Il processo portò all’assoluzione del vicequestore Giulio Cafari Panico, a capo della polizia il 7 luglio, dell’agente Orlando Celani, accusato di aver assassinato Tondelli ai Giardini, così come dei manifestanti sotto processo per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

I parenti di Farioli, Franchi, Serri, Reverberi e Tondelli si costituirono parte civili, e passarono lunghi mesi a Milano. A ricordare quel periodo, in un approfondimento radiofonico curato dalla giornalista della Rai Vera Paggi per Istoreco, disponibile dalla giornata odierna, è proprio Smuraglia. Lucidissimo, vicino al secolo, ha voluto essere presente a Reggio per l’anniversario.

«La vicenda suscitò grandissima impressione a tutti. Seguimmo il processo con grande passione e impegno, ricordo l’enorme solidarietà nella città di Reggio: il comitato di solidarietà procurava tutti gli atti del processo agli avvocati e organizzava la presenza in aula – racconta il legale – La corte di Assise di Milano era una cosa lontana, era opportuno che ci fosse una presenza reggiana, così che la Corte avesse l’impressione di essere seguita in quello che faceva. Così, tutti i giorni arrivavano dei pullman da Reggio, con molte donne ma anche uomini, persone che assistevano al processo, tornavano a casa e ripartivano la mattina dopo».

Non mancarono gli omaggi: «Ricordo una mattina che le donne reggiane avevano sorrisi strani, ridevano, poi scoprimmo che tornate a casa avevano fatto tardi per preparare tortellini da regalare agli avvocati, arrivarono con questi vassoi».

Si passa al dibattimento: «Un imputato era il vicequestore che comandava un reparto celerini e che certamente aveva impartito gli ordini. Era ritenuto responsabile di omicidio colposo per non aver impartito ordini sufficientemente precisi ai suoi uomini, così che si regolassero. Poi c’era un agente imputato di omicidio volontario. Una fotografia lo ritraeva in ginocchio, con il fucile puntato, mentre prendeva la mira. Ricostruendo gli atti, con deposizioni e altre foto, la traiettoria di tiro riconduceva a uno dei dimostranti uccisi».

Fu, ricostruisce Smuraglia, «un processo singolare, due imputati della polizia con accuse diverse e decine di imputati fra i partecipanti alla manifestazione per resistenza a pubblico ufficiale, oltraggio, danneggiamento. La Corte non si sentì di condannare né il responsabile dell’omicidio colposo né il responsabile di quello volontario, nonostante in questo caso la foto fosse a mio parere chiarissima. E non si sentì di assolvere loro e poi di condannare i manifestanti». —





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