«Ferito in piazza dal mitra che uccise Ovidio Franchi»
Brenno Grisendi ricorda quel tragico 7 luglio. Togliatti gli fece visita in ospedale
REGGIO EMILIA
Ferito in piazza sessant’anni fa, in quella piazza in cui era andato a chiedere giustizia proprio come aveva fatto lo zio, diciassette anni prima. Ha un ricordo vivissimo della tragedia del 7 luglio 1960, l’80enne Brenno Grisendi di Barco di Bibbiano. Quel giorno si trovava in centro a Reggio, come migliaia di compagni, e venne colpito da una pallottola a pochi passi da Ovidio Franchi, il più giovane dei caduti: il 19enne Ovidio venne ferito due volte, prima da un fucile e poi da una pistola, e morì poco dopo all’ospedale di via Dante per un’emorragia interna.
Per Brenno, la militanza politica attiva e l’impegno erano davvero una questione di sangue. Suo zio Armando Grisendi era stato ucciso a 25 anni, il 28 luglio 1943, alle Officine Reggiane, durante la manifestazione operaia in cui si chiedeva la pace, dopo la recentissima destituzione di Mussolini da parte del Gran consiglio fascista. Anche quel 28 luglio, da un lato vi erano giovani reggiani e dall’altro militari armati, pronti a sparare: le loro raffiche lasciarono a terra senza vita 9 persone, Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Eugenio Fava, Nello Ferretti, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Angelo Tanzi e Domenica Secchi, all’ottavo mese di gravidanza.
Diciassette anni dopo fu il turno del ventenne Brenno Grisendi unirsi alle proteste, e aderire allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 7 luglio, con il raduno in piazza e il comizio alla sala Verdi del teatro Ariosto. «Ero arrivato a Reggio in motorino dopo una giornata di lavoro. Eravamo in tanti per le vie, uniti a cantare le canzoni di libertà, le canzoni partigiane. Iniziarono gli scontri. Mi trovavo fra l’imbocco di via Crispi e piazza Cavour (oggi piazza Martiri del 7 Luglio, ndr) quando venni colpito da una raffica di un maledetto mitra. Il colpo prima ferì Ovidio Franchi, che era proprio al mio fianco, poi arrivò a me, mi trapassò il gluteo destro e uscì dal lato opposto, dopo avermi perforato l’intestino», racconta.
«Svenni all’istante, caddi per terra in un lago di sangue. Il primo a soccorrermi mentre ero al suolo è stato il mio datore di lavoro, Enzo Cavecchi, che fermò un’autovettura e mi portò nella vecchia sede dell’ospedale reggiano Santa Maria», spiega.
Come altre decine di feriti, Grisendi rimase in ospedale a lungo e fu proprio lì che venne a visitarlo Palmiro Togliatti, allora segretario nazionale del Partito Comunista Italiano. Brenno raccontò “al Migliore” cosa era accaduto in quella piazza, a poche centinaia di metri dall’ospedale. Le vittime, ormai era noto, erano cinque, cinque manifestanti comunisti, il 22enne Lauro Farioli, il 19enne Ovidio Franchi, il 41enne Marino Serri, il 36enne Afro Tondelli e il 39enne Emilio Reverberi. Due giovani militanti e tre ex partigiani.
Nel 1964, Brenno si trovò coinvolto nel processo sui fatti del 7 luglio istruito a Milano, sede scelta perché a Reggio – fu la teoria della magistratura – non ci sarebbe stato un ambiente sereno. Era imputato, come decine di altri manifestanti, con accuse che andavano dalla resistenza a pubblico ufficiale al danneggiamento. Con loro, furono processati per omicidio due poliziotti, il vicequestore Giulio Cafari Panico, a capo della polizia in piazza, e l’agente Orlando Celani, accusato di aver assassinato Tondelli ai Giardini. Furono tutti assolti. —
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