Gazzetta di Reggio

Reggio

Il professor Smuraglia 

«Spari per uccidere I mandanti politici sono rimasti ignoti»

Luigi Vinceti
«Spari per uccidere I mandanti politici sono rimasti ignoti»

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REGGIO EMILIA

Sono trascorsi sessant’anni dell’uccisione dei cinque reggiani scesi in piazza, il sette luglio del 1960, per manifestare liberamente il proprio pensiero contro il governo fascista del Paese. Una strage rimasta impunita che costituisce un ricordo incancellabile.

In tanti, anziani testimoni di quei giorni ma anche giovani incuriositi da un evento che a distanza di decenni è rimasto senza colpevoli, hanno rivissuto lunedì sera quei tragici momenti in un incontro promosso dall’Anpi che, nei Chiostri della Ghiara, ha richiamato una vasta platea di nostri concittadini.

Accomunati nella memoria le amministrazioni di Comune e Provincia, i sindacati Cgil, Cisl, Uil, Anpi Alpi-Apc Anppia, Istoreco, Comitato democratico e costituzionale, si sono impegnati a ricordare i cinque reggiani caduti in difesa dei diritti di libertà e democrazia. Sono così risuonati i nomi di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tonelli (tre partigiani e due operai) che insieme ad una ventina di feriti furono falciati dalle pallottole sparate dai poliziotti (l’allora presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, aveva dato libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”).

«C’erano anche le immagini che documentavano la volontà di colpire: non spari in aria, ma ad altezza d’uomo - ha ricordato il professor Carlo Smuraglia che si fece carico, inutilmente, della difesa delle vittime - Per sviare l’attenzione il processo venne trasferito lontano, a Milano. Restò ignota la verità politica, chi ordinò di sparare, e tutto si concluse con l’amarezza del dolore, ma anche con la convinzione che il fascismo, ieri come oggi, non è finito e ne dovremo tener conto per il futuro: non indossa la camicia nera ma l’Italia non si è ancora depurata. Si sappia però che troverà sempre nuova Resistenza».

La serata si è aperta con l’introduzione di Ermete Fiaccadori presidente provinciale Anpi che ha salutato gli intervenuti e ringraziato organizzatori e relatori.

Il segretario Cgil Ivano Bosco ha sviluppato alcune riflessioni sull’attualità del collegamento fra impegno sociale e politico che prese corpo nella lotta agli apparati pubblici di quel tempo di “peste” fascista. Un male che purtroppo non è ancora totalmente spento. «Il fascismo non è gogliardia ma crimine», ha detto Bosco. E purtroppo non è ancora finito, ha aggiunto Smuraglia, che ha invitato ad affrontare il futuro ricordando i sacrifici del passato, a proseguire nell’impegno di insegnare ai giovani l’essenzialità della democrazia, vero ostacolo antifascista. Lui toccò tangibilmente quei sentimenti interrogando, per motivi giuridici, i testimoni di quella tragica giornata vissuta nelle piazze del centro reggiano – davanti al Teatro Municipale, al monumento dei Caduti, alla ex sede della Banca d’Italia – dove s’inceppò il cammino italiano verso il rinnovamento: «È sempre tempo di Resistenza per difendere la Costituzione, baluardo di democrazia».

A dir poco singolare il racconto dell’onorevole Pier Luigi Bersani, già presidente della nostra Regione, che ha confessato di aver ricevuto, dai “fatti reggiani”, la spinta e l’impegno ad intraprendere la carriera politica.

Fiaccadori ha poi ricordato il programma delle celebrazioni a ricordo dei cinque reggiani caduti nella difesa della libertà e democrazia che proseguono oggi nella corte interna della Camera del Lavoro di via Roma alle 18 e si concludono venerdì (alle 18,15) con una passeggiata storica, partendo dalla sede di Istoreco, nel luoghi dell’eccidio nel centro cittadino. —



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