Gli 80 anni della necropoli: «Ora rilanciamo gli scavi»
Nel 1940 venne scoperto il sito a Chiozza dove fu trovata la celebre Venere. Montipò: «Caduta nell’oblio una delle scoperte più importanti del territorio»
SCANDIANO. Ottant’anni dalla scoperta della Venere di Chiozza. Risalgono al luglio 1940 gli scavi archeologici che portarono alla luce la necropoli di Chiozza di Scandiano, uno dei siti archeologici più vasti della provincia reggiana, per decenni considerata la più grande necropoli neolitica presente nell’Italia settentrionale.
Diversi reperti estratti dalle terre di Chiozza sono tutt’ora esposti ai Musei Civici di Reggio Emilia, tra questi gli scheletri rinvenuti nel complesso sepolcrale e la Venere di Chiozza, la piccola scultura in pietra diventata uno dei simboli locali, anche per la sua misteriosa vicenda, segnata da sparizioni e furti.
«In questi giorni ricorre l’anniversario di questa scoperta e dispiace vedere che la più importante pagina di storia scandianese passa un pochino sottotono, per non dire in un silenzio assordante», racconta Marco Montipò, appassionato di storia locale che in questi anni ha curato molte ricerche sul territorio scandianese e sui suoi abitanti nei secoli.
Nel 2019, Montipò ha pubblicato un saggio sulle scoperte del 1940 e ora, assieme all’archeologo reggiano Iames Tirabassi, è impegnato nella stesura di un volume «dedicato alla Necropoli di Chiozza in cui racconteremo le fasi che portarono alla scoperta della necropoli, come avvennero gli scavi, che cosa si trovò nel sottosuolo e ricorderemo le biografie dei principali protagonisti come: Luigi De Buoi, Mario Degani, Pia Laviosa e Gaetano Alboni. Quest’ultimo oltre a essere stato podestà di Scandiano, era anche il proprietario delle fornaci Alboni di Chiozza, luogo in cui avvennero le importanti scoperte».
L’idea è quella di rilanciare ricerche e progetti scolastici dedicati al sito, anche grazie alla collaborazione della famiglia Alboni, tutt’ora proprietaria dell’area. L’ultimo atto, quello più ambizioso, sarebbe quello di «riuscire a riaprire gli scavi di Chiozza e continuare la ricerca dell’abitato che doveva sorgere vicino alla necropoli. Riaprire un sito archeologico nello scandianese sarebbe certamente un evento che riaccenderebbe i riflettori su quelle terre che in passato portarono nelle nostre zone studiosi da diverse città italiane e non solo».
Del sito di Chiozza si inizia a parlare nel 1872, quando lo scandianese Daniele Bonettini trova reperti e li consegna a don Gaetano Chierici, sacerdote reggiano e uno dei padri della paleontologia italiana. Negli anni ’30 dello scorso secolo ripartono le ricerche, condotte dal nobile casalgrandese De Buoi; nel 1929 alcuni operai della cava Alboni avevano rinvenuto delle ossa, da cui De Buoi ricostruì uno scheletro. Una conferma del valore del sito, che portò alle scoperte principali, quelle della Venere e del complesso, annunciate il 7 luglio 1940 sulla stampa dell’epoca. Nel 1971 le cave Alboni chiusero i battenti e con loro anche il sito archeologico e da allora più nessuno è tornato a scavare. —
Adr.Ar.
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