La nostalgica rimpatriata degli abitanti del Cairo
Si sono ritrovati i residenti del quartiere delle storiche Officine Reggiane Venne costruito nel 1911 per ospitare le 96 famiglie degli operai specializzati
reggio emilia
«Ci siamo incontrati dopo tanto tempo, senza poterci abbracciare e con le mascherine sul volto. È stata comunque una grossa emozione». Sono le parole di Airone Polo, detto “Bibo”, inquilino di uno degli appartamenti del quartiere operaio “Il Cairo” – situato tra via Agosti, l’ex Locatelli e il muro perimetrale delle Reggiane – dove vivevano i lavoratori qualificati delle Officine Reggiane. Proprio per ricordare i vecchi tempi, al Binario 49 di via Turri ha preso vita una rimpatriata tra coloro che abitavano nella zona e i parenti di chi purtroppo non c’è più.
«Ho incontrato gente che non vedevo da anni – continua Airone – Mi avvicinavo e dicevo “mo chi et?”. Bastava poi una parola per riconoscersi e ridere insieme pensando al passato. La cosa bella è che c’erano sia ottantenni sia giovani. Parlare così lontani a causa delle norme anti-Covid ha però smorzato un po’ l’atmosfera».
Il Cairo è considerato una delle prime forme di integrazione, era infatti composto da 4 casermoni abitati da 96 famiglie provenienti da varie parti d’Italia: Toscana, Marche, Lombardia e altre; non a caso è stato scelto il Binario 49 come luogo d’incontro, simbolo di integrazione in un quartiere popolato da etnie differenti e che dà proprio su uno dei padiglioni delle ex Officine Reggiane.
Nei suoi ricordi Airone ha ben impressi i momenti di splendore economico e le lotte operaie: «Venivano trattenuti in busta paga ogni mese 300 lire per l’affitto e le famiglie hanno sempre vissuto bene, il pensiero era sempre lo stesso “finché si lavora alle Reggiane si ha un tetto sulla testa”. Eravamo molto uniti e nessuno entrava senza il permesso dei residenti; l’unica auto che ho visto passare fino metà degli anni Cinquanta è stata quella di Benito Mussolini».
Il forte senso di comunità del quartiere lo si evince anche dalla tenacia con cui i residenti hanno resistito 25 anni ai tentativi di sfratto, in attesa di un alloggio popolare che arrivò con le case di via Rivoluzione d’Ottobre, dove in molti si trasferirono a fine anni Sessanta.
Al Cairo tutto era in comune, le porte sempre aperte e se c’era, ad esempio, da pagare un funerale ognuno offriva quello che poteva. Ma anche allora le biciclette era meglio portarsele a spalla in casa, altrimenti sparivano. Politica e miseria erano il collante del quartiere insieme ai risultati sportivi: «Per noi bambini – ricorda affettuosamente “Bibo” – dopo Carnera, l’uomo più forte del mondo era William Poli, campione italiano dei pesi medi. Al suo rientro dall’America, non sapendo dove allenarsi, correva lungo via Agosti usando i platani come sacco da boxe. Chi non lo conosceva lo prendeva per matto. Invece era buono e ci portava prima a comprare le caramelle e poi al campetto a giocare a calcio».
La rimpatriata di venerdì sera è stata un modo per rivivere l’atmosfera del Cairo, proprio come era accaduto quattro anni fa con la mostra allo Spazio Gerra, con il solo rammarico di non aver potuto abbracciare i vecchi vicini di casa, soprattutto quelli provenienti da altre regioni che allora si definivano “i nuovi reggiani”. —
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