«Il Mire è un mostro occorre investire sui punti nascita»
Le Cicogne bocciano il mega-progetto «Usiamo i fondi per medici e infermieri»
L’INTERVENTO
«Perché investire così tanti milioni sul nuovo Mire se siamo in una fase di calo delle nascite? Meglio riattivare i piccoli punti nascita diffusi sul territorio». A porre il quesito è il comitato Salviamo le Cicogne, attivo da anni per chiedere la riapertura del punto nascite di Castelnovo Monti. Il comitato vede anche nel progetto del nuovo Mire la ragione della chiusura di questo e altri servizi, per concentrare le nascite a Reggio e giustificare in questo modo l’investimento. «I dati statistici sulla demografia italiana pubblicati dall’Istat –afferma il comitato in una nota – indicano che il declino di natalità in atto da molti anni sta aumentando di velocità. Il 2019 è stato l’anno con il minor numero di nascite dall’Unità d’Italia. In questo contesto è certamente fuori luogo la scelta della Regione Emilia-Romagna e dell’Ausl di Reggio Emilia di procedere con il progetto del Mire, per 42 milioni di euro: una costruzione di mattoni e cemento per spostare gli attuali reparti pediatria e ostetricia in un faraonico ospedale dedicato. Non crediamo sia questa la strategia di investimento per la sanità pubblica. Non solo per la carenza di nati che la Regione conosce da tempo, ma soprattutto perché poco hanno a che fare con la sanità queste grosse commesse di spesa, per aumentare la gloria del committente».
«L’idea – prosegue il comitato – è forse quella di costruire ospedali dedicati per ogni specialità medica? Eppure basta poco per vedere che la carenza di prestazioni e servizi non dipende dagli edifici ma dalla mancanza di personale qualificato che la stessa Ausl laconicamente dice di non riuscire a reperire. Lo scorso anno chiusero i servizi decentrati per mancanza di 22 anestesisti e quest’anno in pieno Covid furono costretti a chiudere la rianimazione a Castelnovo per la malattia del direttore. È questa la vera scommessa per il futuro: investire in risorse umane qualificate, medici e infermieri, progettare percorsi professionalizzanti e pagare adeguatamente i profili ricercati per tornare ad avere nella sanità pubblica un flusso d’ingresso e non di uscita com'è ora. Investire in sanità significa capire che il parto non è una malattia e che partorire vicino alle proprie comunità è un valore per la salute di donna e bambino. Quindi no a un mostro fagocitante che per darsi un senso chiuderà tutti gli altri punti nascita».
Concludono le Cicogne: «Ricostruire la sanità costa fatica, impegno e competenza, tutte cose che la politica spettacolo non ha tempo e probabilmente neanche la capacità di seguire. Cinque anni passano in fretta e i nodi verranno al pettine con la carenza di organici e di utenti. Chi vuole mettere il suo nome fra i responsabili di una spesa che svuota i fondi della sanità locale e uccide i piccoli punti nascita? Chiediamo un ripensamento serio dei nostri amministratori, una svolta dettata anche dall’emergenza Covid ancora in atto. E lanciamo una proposta. I soldi che debbono arrivare vengano usati in progetti edilizi più sobri e funzionali, e con le risorse risparmiate la Regione finanzi le specializzazioni del 50 per cento dei medici oggi esclusi, togliendoli, in questo modo, dal limbo dell' inoperatività ». —
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