Gazzetta di Reggio

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Rispondo a Rumiz come Clint Eastwood «Se ci vivessi, credo che traslocherei»

SILVIA MASTRONARDI
Rispondo a Rumiz come Clint Eastwood «Se ci vivessi, credo che traslocherei»

Il caso di via Paradisi tra degrado, ristrutturazioni e il recente progetto di sgombero 

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LA LETTERA

Sulla Gazzetta in edicola ieri, Paolo Rumiz interveniva sul caso di via Paradisi parlando di “degrado inesistente”. Ecco la risposta di una reggiana.

SILVIA MASTRONARDI

Caro Direttore,

ho abitato in via Turri per 20 anni, ci hanno sempre abitato i miei genitori, ci vive ancora mia madre. Frequento il quartiere con cadenza quasi giornaliera: penso di poter parlare come persona informata dei fatti, non sono passata di lì per fare un sopralluogo o su sollecitazione di amici. Ci ho proprio vissuto.

La situazione del quartiere, a Reggio, la conoscono tutti.

Viene chiamato affettuosamente (e con un’iperbole) il Bronx di Reggio.

Con tutto il rispetto per il Bronx.

Qui non c’è tanto un problema di sicurezza (nel Bronx nostrano non si registrano casi di delinquenza eclatanti), c’è piuttosto un tema che definirei estetico: una sensazione di essere tallonati dal degrado, di poca cura, di trasandatezza.

Niente a che vedere con altri quartieri popolari della città, tutti lindi e pinti. Niente fiori sui balconi, solo bottiglie di birra, antenne paraboliche e gli onnipresenti carrelli della Coop.

La questione delle persone che vanno a dormire nelle cantine, per esempio: qualche anno fa mia madre aveva imprudentemente depositato in garage un letto matrimoniale della nonna con armadio e comodini, ritrovandosi poi il garage trasformato a sua insaputa in un modesto ma funzionale monolocale di abitazione.

Quando è andata a verificare la situazione, da brava signora reggiana, ha appoggiato le valigie con i vestiti degli occupanti fuori dal garage, così potevano venirseli a riprendere, poi ha blindato la serratura.

Nel corso degli anni, l’amministrazione comunale ha tentato una serie di iniziative, sempre nell’ottica della riduzione del danno: progetti con cittadini e associazioni, centri giovani, luoghi di aggregazione, arredo urbano; ha demolito il famigerato ecomostro della zona, il parcheggio “lucchetto”, per costruire una piazza carina ma con un bar ormai chiuso da anni; ha ristrutturato il parco delle Paulonie: anche i bambini lo schifano; ha creato lo spazio molto stiloso di Binario 49: dopo la mostra di Salgado nessuno a Reggio penserebbe di fare lì un po’ di movida.

E l’elenco potrebbe continuare.

Da sempre sono per primi i residenti storici a lamentarsi per questa situazione: se la prendono anche con il suo giornale quando riporta, forse con troppa enfasi, la notizia di un ennesimo problema che riguarda il quartiere, si arrabbiano con l’assessore di turno minacciando sfracelli alle elezioni, periodicamente qualcuno pensa di far intervenire quelli di “Striscia”.

Ma quando l’amministrazione comunale decide per un intervento radicale, si prende una grande responsabilità, elabora un progetto, partecipa a un bando, investe molti soldi, ecco che si scatenano le critiche di chi è coinvolto, e chiamato a fare la sua parte.

Si sbandierano questioni di democrazia e di poco ascolto, si scomodano persone che in quel quartiere non hanno mai messo piede, si alzano polveroni sui giornali quando si scopre che il progetto finalizzato al benessere di tutti deve mettere in discussione i legittimi interessi, progetti e desideri di qualcuno.

Si fa i radicali, ma con le case degli altri: si vorrebbe rivalutare e migliorare il quartiere, ma senza toccare il mio appartamento e le mie abitudini.

Se qualcuno si deve adattare, che sia qualcun altro. Se ci sono persone da spostare, non son certo io. Si pretende che l’amministrazione comunale intervenga, ma che faccia quello che mi fa comodo. Il che temo non corrisponda all’interesse della maggioranza dei cittadini del quartiere e di tutta Reggio.

A Paolo Rumiz vorrei ricordare la frase che disse Clint Eastwood quando gli chiesero qualcosa a proposito dell’abitare a Los Angeles: “Se ci vivessi, credo che traslocherei”. —





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