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IL CONFINE FRA IL BENE E IL MALE NON È FUORI DI NOI MA PASSA ALL’INTERNO DEL NOSTRO CUORE

IL CONFINE FRA IL BENE E IL MALE NON È FUORI DI NOI MA PASSA ALL’INTERNO DEL NOSTRO CUORE

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Spesso le parabole narrate da Gesù rispondono a delle domande, nate nel cuore dei discepoli di Gesù; domande sempre attuali, e che anche noi ci poniamo. La parabola del grano e della zizzania è evidentemente la risposta ad un quesito che, anche oggi, si pongono tutti, ma in particolare chi è credente: come mai Dio non risolve, con un intervento drastico e radicale il problema del male che c’è nel mondo?

Tutti facciamo l’esperienza, a volte dolorosa, del male: è nel mondo intorno a noi, è nella comunità cristiana, ma è pure all’interno di ciascuno di noi. Fuori di noi e dentro di noi, sono tante le cose che non vorremmo; eppure non riusciamo a eliminarle. Il male rimane, nonostante il nostro impegno più generoso. Perché Dio non lo cancella, almeno all’interno della comunità cristiana?

La risposta che Gesù dà, attraverso questa parabola, è che il tempo del giudizio, in cui separare il bene dal male, non è ancora arrivato. Anzitutto il male non è causato da Dio ma dal “nemico”. Tuttavia Dio, per il momento, ne permette l’esistenza, perché il male non impedisce al bene di esistere e di crescere, anzi stimola i buoni alla lotta. Quindi il grano e la zizzania crescono insieme. Anche perché, nella situazione presente, distruggere il male significherebbe distruggere anche il bene.

Nella parabola, non si può strappare la zizzania senza sradicare anche il grano; allo stesso modo spesso, nella realtà che ci circonda e nella realtà che è dentro di noi, sperimentiamo che un limite, un difetto, possono trasformarsi in uno stimolo a crescere, una povertà può aprire strade nuove, un peccato può essere stimolo a pentirsi e a correggersi. E infine, ove c’è il male, Dio ha modo di esercitare la sua misericordia, dove c’è il peccato, sovrabbonda la grazia. La parabola ci dice però che arriverà un momento in cui la realtà sarà purificata da ogni male; ma ciò avverrà quando Dio deciderà di farlo avvenire, e nei modi e nelle forme che lui solo conosce.

Fino a quel momento a noi sono chieste tre cose. Anzitutto dobbiamo riconoscere che il confine tra il bene e il male non è mai fuori di noi stessi o della nostra comunità, ma passa all’interno del nostro cuore e anche all’interno della comunità di coloro che conoscono il Signore e credono in lui: c’è della zizzania anche in noi e nella Chiesa, non solo nel mondo di fuori. In secondo luogo, siamo chiamati a operare e a lottare per rendere migliore il mondo (e anche il nostro io, e anche la nostra Chiesa), senza però pretendere di vedere tutti i risultati del nostro lavoro e, soprattutto, di vederne il compimento: ognuno, nascendo, trova una realtà piena di problemi, ne risolve qualcuno se si impegna a farlo (o forse ne crea qualcuno nuovo con la sua stoltezza), ma ne lascia anche tanti da risolvere a chi verrà dopo di lui. In altre parole dobbiamo coniugare impegno e pazienza: il trionfo del bene avverrà solo alla fine, per opera di Dio; prima di questa fine, c’è il tempo dell’impegno, e della pazienza da parte nostra.

In terzo luogo siamo chiamati a non abbandonarci al pessimismo: anche questo mondo così contraddittorio è nelle mani di Dio, oggetto del suo amore e della sua pazienza che non è debolezza o disinteresse, ma capacità di guardare lontano e di dare agli uomini il tempo di capire, di crescere e di convertirsi.

Un invito alla speranza viene anche dalle altre due piccole parabole di oggi, nelle quali il regno dei cieli è paragonato a un piccolo seme o a un pizzico di lievito. Qui la domanda sottintesa è: come possiamo sperare di cambiare il mondo, di renderlo migliore se, di fronte alla complessità dei problemi, ci sentiamo così piccoli, deboli, inermi? La risposta di Gesù, nella parabola del seme è che anche un seme è molto più piccolo della pianta che esso produce, ma contiene in sé la forza di germinare un albero incommensurabilmente più grande. La parola di Dio, ma anche la comunità cristiana che la annuncia questa Parola, ma anche il singolo credente quando agisce ispirato da Dio, hanno una forza che Dio gli dona. Per questo il bene che possiamo fare e il male che possiamo sconfiggere è molto più grande di quanto si potrebbe immaginare, guardando solo alle nostre forze.

Anche la parabola del lievito va in questa direzione: il lievito è una parte infinitamente piccola dell’impasto, eppure contiene il potere di farlo fermentare tutto. Le due parabole sono quindi un invito a entrare nella logica di Dio che sceglie, come strumento, ciò che è piccolo, poco appariscente, insignificante, per compiere cose straordinarie (vedi: 1Cor 1,28). Non è un capriccio di Dio ma un metodo al quale egli rimane sempre legato, per liberarci dai nostri sogni e deliri di grandezza, di potenza e di gloria e per insegnarci che l’unica vera grandezza sta nell’amore. —

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