Domani avrebbe presentato il suo libro sulla storia padana
Nei giorni scorsi l’intervista di Poletti alla Gazzetta sul volume dedicato ai romani: «Avviarono quella colonizzazione che cambiò per sempre la regione»
Luciano Salsi / SANT'ILARIO
Domani sera nell’area esterna del centro culturale Mavarta avrebbe dovuto essere presentato, alla presenza dell’autore, il libro di Mauro Poletti “La frontiera padana”, edito da Consulta. Lo avevamo intervistato nei giorni scorsi proprio in merito al suo nuovo libro.
La prima presentazione era stata fatta il 19 gennaio scorso ai Musei Civici di Reggio Emilia alla presenza di Elisa Pellacani, responsabile della casa editrice. La seconda era prevista per il 5 marzo al Mavarta, ma l’emergenza sanitaria l’ha fatta rimandare al 21 luglio. L’autore è stato sindaco dal 1978 al 1985. La passione per la storia l’ha indotto a studiare l’origine del nostro territorio, che approdò alla civiltà con la romanizzazione del villaggio gallico di Tannetum, di cui sono state rinvenute numerose tracce, ultima l’anfiteatro oggetto di scavo in località Bertana. Un’ulteriore sollecitazione gli è venuta dalle splendide mostre allestite nel 2017 nelle città della nostra regione, in particolare ai Musei Civici di Reggio, per celebrare i 2200 anni della via Emilia, la strada realizzata dal console Marco Emilio Lepido nel 187 avanti Cristo. Ne è scaturito questo saggio divulgativo, ma basato sull’esame rigoroso delle fonti storiografiche antiche e moderne, che aiuta il lettore non specialista a scoprire le nostre radici. Il titolo sintetizza la tesi di Poletti: la via Emilia fu concepita dai Romani come un “limes”, una frontiera che, collegando le principali colonie della regione, opponesse una barriera al ripetersi in altre forme della minaccia mortale rappresentata dall’alleanza tra Annibale e le nazioni celtiche dei Boi e degli Insubri, ansiose di riprendersi le terre sottratte loro dai legionari. I celti poi furono assorbiti dai conquistatori, ma rimangono fra i nostri antenati.
Nella prefazione, l’archeologo Nicola Cassone cerca di ricostruire il punto di vista di questi guerrieri così valorosi da aver dato un contributo fondamentale alle battaglie combattute vittoriosamente dal condottiero cartaginese. Ecco le domande poste a Mauro Poletti in merito al suo libro.
Perché ha scelto di indagare questo periodo storico?
«Ho intrapreso alcuni anni fa una ricerca sulla strada consolare. Mi sono così imbattuto in una storia affascinante, trascurata però dai testi scolastici, che meritava a mio parere di essere conosciuta da un pubblico ampio. Ho quindi deciso di scrivere un testo divulgativo che ancora mancava sull’argomento».
Le vicende trattate sono molto lontane nel tempo. Che cosa le rende tanto interessanti?
«Sono vicende strettamente intrecciate con la grande storia dell’Italia e del Mediterraneo. Roma aveva in pochi anni, tra il 225 e il 222 a.C., conquistato la Pianura Padana, ma Boi e Insubri non si erano rassegnati e si erano alleati prontamente con Annibale con l’obiettivo di liberare la valle del Po dall’occupazione romana. Senza la loro discesa in campo, l’avventura del condottiero cartaginese nella penisola italica non avrebbe potuto nemmeno essere tentata. Dopo la sconfitta di Annibale furono necessarie ai Romani nuove e ripetute campagne militari per piegare la resistenza dei Celti e conquistare definitivamente la valle del Po».
Come, quando e in quale forma i Romani impressero alla nostra regione la loro profonda e inconfondibile impronta?
«Terminata la guerra, Roma avviò la colonizzazione del territorio conquistato, limitata però alla sola area cispadana, dando vita a una stagione straordinaria di profonda trasformazione del suo territorio. L’impresa progettata era per molti aspetti inedita. Per la prima volta essi decisero di realizzare un vero e proprio sistema di colonie, collegate tra di loro da una strada, la via Emilia, che attraversava un’intera regione, dall’Adriatico al Po. Il progetto venne attuato in pochi anni con la costruzione della strada nel 187 a.C., la fondazione delle colonie di Bologna, Modena e Parma, la rifondazione di Piacenza, lo sfruttamento a fini agricoli del territorio attraverso la sua centuriazione, dopo averlo in parte bonificato e disboscato: un’opera che ha cambiato per sempre la regione conferendole alcuni dei caratteri che ancora oggi la contrassegnano». —
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