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«La vivibilità non si fa espellendo i ceti sociali più deboli»

Paolo Rumiz
«La vivibilità non si fa espellendo i ceti sociali più deboli»

«L’assessore Marchi sta su Facebook così evita il confronto E l’assessore De Franco ammette il deficit informativo»

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controreplica

Paolo Rumiz

Sento di dover dire due-tre cose all’assessore Marchi che mi risponde su Facebook (che non ho) sul tema di via Paradisi. Poiché corre voce che il nostro si alleni a diventare il prossimo sindaco di Reggio, a maggior ragione non posso ignorare parole che lasciano intuire un possibile futuro della città. Per cominciare, come ricorda il direttore di questo giornale, limitarsi a Facebook sarà pure una moda ma è anche una scappatoia per evitare il confronto. E infatti Marchi ignora con tranquillità le numerose critiche postate in coda al suo intervento. È la controprova che la faccenda è nata in un clima di dialogo ridotto al minimo: ce lo conferma l’altro assessore De Franco, il quale per la prima volta ammette che “la comunicazione ai residenti interessati non doveva arrivare nello stesso momento in cui raggiungeva la città intera”, fatto di cui si scusa e si assume la responsabilità politica. È già un buon passo avanti.

Detto questo, anche se sono triestino, non ho bisogno di fare nessuna passeggiata per via Paradisi e dintorni, come mi viene gentilmente consigliato, perché vengo spesso a Reggio per motivi professionali e non: conosco bene il quartiere, ci ho dormito più di una volta, e non mi risulta che la situazione sia drammatica. Mai nessun problema a rincasare la notte da solo, per esempio. Certo, ho visto dei problemi, ma da qui a definire Bronx quel quartiere ce ne corre. Non vedo differenze con San Salvario a Torino, la cui cattiva fama fu montata in gran parte apposta per consentire un turn-over degli abitanti. Ma a prescindere dallo stato del quartiere, il mio ragionamento riguarda la procedura democratica di coinvolgimento dei cittadini, che mi è parsa oltremodo carente per una regione che dovrebbe essere l’emblema della democrazia.

Per carità, nessuno si oppone a un intervento di riqualificazione. Ma perché a spese dei residenti? Mi si perdoni se insisto: serve un po’ di pazienza con un vecchio arnese privo di Facebook come me. La vecchia sinistra che ancora non copiava il linguaggio muscolare di Salvini, e soprattutto non temeva le assemblee popolari, mi ha insegnato a suo tempo che la vivibilità non si fa espellendo i ceti sociali più deboli. Ho imparato da quella scuola che le nuove case e le belle strade hanno come conseguenza immediata l’aumento del valore immobiliare dell’area, e questo fa sì che pochi si arricchiscano e molti diventino più poveri. Mi sono sempre illuso che combattere il degrado urbano passi attraverso l’eliminazione dei fattori che lo generano. Che sono: disuguaglianza, disperazione, disoccupazione dando opportunità a chi le ha perse e non attraverso operazioni immobiliari. Altrimenti, non c’è differenza con chi taglia le panchine per impedire agli immigrati di sedersi.

Non arretreremo, ribadisce l’assessore, con piglio decisionista e vagamente allusivo sul mio strano interesse di forestiero per uno spazio non mio. Sempre da vecchio arnese chiedo a tal proposito al giovane Marchi in che cosa il suo lessico è di sinistra. E siccome la politica è fatta di parole, ecco che il tema diventa al cento per cento politico. Se uno appartiene alla sinistra perché dovrebbe votare una sinistra che parla con linguaggio di destra?

Se invece quel tale è di destra, perché dovrebbe votare una controfigura della destra? Sceglierà l'originale. Per non parlare del fatto che far politica via Facebook è un’acrobazia illusoria. L’ex sindaco Pd della mia città, notissimo utente dei “social”, si è fatto battere da un concorrente di destra per nulla migliore, ma instancabile nell’ascoltare la gente. Consiglio quindi caldamente a Marchi: meno Facebook e più incontri. Specie con gli ultimi. Perché anche gli ultimi votano. Anche quelli di via Paradisi.

A sentire poi l’assessore De Franco, che correttamente risponde attraverso questo giornale, pare che nel quartiere vi sia una maggioranza silenziosa che non vede l’ora di essere espropriata. Sarà. Io però non capisco mica il silenzio di questi cittadini. Hanno paura? Di che cosa? E poi, se essi sono realmente maggioranza, perché espropriarli e non fare un accordo diretto di compravendita? De Franco dice che il debito condominiale di quelle palazzine è importante e più alto rispetto a quello dei condomini vicini, ma a me risulta sia quasi estinto.

Egli afferma inoltre di avere sollecitato l’invito di un portavoce del comitato dei cittadini contrari, mentre pare che l’invito non sia mai arrivato. Conclude, bontà sua, dicendo che gli abitanti non verranno sostituiti, “nei limiti degli strumenti amministrativi a disposizione”, senza spiegare peraltro quali siano questi limiti.

Da non emiliano, concludo spiegando che non ho alcun interesse personale nella vicenda. Capita di imbattersi in questioni che sembrano fatte apposta per riassumere una tendenza, e via Paradisi è una di queste. Il mio intervento sulla Gazzetta di Reggio serve solo a stimolare un po’ di politica nel senso più nobile e ad alzare la temperatura di un confronto che specie in tempi di isolamento langue fra cittadini e istituzioni. Parlarne serve a dar voce a chi non ce l'ha e a evitare che le procedure democratiche di questa regione-modello vadano, nel silenzio generale, anch'esse in quarantena. Per evitare che la difesa dei deboli finisca, come troppo spesso è accaduto, nelle mani di sovranisti, xenofobi e antidemocratici. —

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