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Internati militari italiani Ottomila i reggiani che dissero no ai nazisti

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Internati militari italiani Ottomila i reggiani che dissero no ai nazisti

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Con ogni probabilità Ciarlini è stato uno dei quasi ottomila Imi (Internati Militari Italiani) di Reggio Emilia. L’alternativa, vista la zona geografica, sarebbe la sua partecipazione alla campagna di Russia che l’esercito mussoliniano intraprese a sostegno della Germania durante l’operazione Barbarossa, il tentativo di invasione dell’Unione Sovietica poi arenatosi a Mosca, Leningrado e Stalingrado. Ma le ultime truppe italiane si ritirarono dalla Russia nei primi mesi del 1943, e in quel momento nessun soldato italiano venne trattenuto dai nazisti come prigioniero.

Il cambiamento arrivò dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’Italia firmò una pace separata con gli alleati anglo-americani. I soldati italiani che su vari fronti si trovavano impegnati assieme alle truppe tedesche vennero messi di fronte a un’alternativa secca.

Continuare a combattere al fianco della Germania e della neonata Repubblica di Salò o essere considerati nemici, uccisi o deportati nel Reich, usati come schiavi nelle fabbriche.

I reggiani sotto le armi che rifiutarono la proposta sono quasi ottomila, moltissimi fra loro sono morti in diversi campi di lavoro di quello che all’epoca era il territorio nazista, molto più ampio rispetto all’attuale perimetro della Germania.

Di quella zona faceva parte una grande porzione della Polonia. La memoria di queste persone è stata riscoperta negli ultimi anni grazie a diverse ricerche e a diversi Viaggi della Memoria di Istoreco, che hanno portato alla posa di diverse pietre d’inciampo, alla mostra “I soldati che dissero No” e a visite a diversi campi, fra cui il memoriale di Schoeneweide a Berlino, uno dei principali centri di documentazione tedesco sugli Imi. —

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