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Guerra a suon di perizie per l’indagine sull’esondazione del Po

Ambra Prati

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Ambra Prati

BRESCELLO

Si preannuncia una battaglia giudiziaria a suon di perizie tecniche quella che scaturirà dall’avviso di chiusura delle indagini preliminari notificato la settimana scorsa per l’alluvione del Po a Lentigione di Brescello.

Dopo due anni e mezzo di indagini, condotte dai carabinieri forestali, il pm Giacomo Forte ha indagato tre persone dell’Aipo: l’ingegnere Massimo Valente, l’ingegnere Mirella Vergnani e un tecnico, il geometra Luca Zilli, accusati di esondazione colposa in concorso.

Tutti e tre gli indagati lavorano tuttora nella sede parmense dell’ente: Vergnani con lo stesso incarico di allora (responsabile della Direzione territoriale idrografica Emilia Occidentale), mentre Valente è stato promosso (da responsabile dell’Ufficio Aipo di Parma a dirigente Aipo Veneto).

Le difese si apprestano ad affilare le armi, puntando su perizie di parte in grado di confutare le relazioni dei consulenti della Procura, l’ingegnere Marco Mancini del Politecnico di Milano e Alberto Bizzarri, ex docente dell’università di Bologna.

L’Aipo, interpellata, si è tirata fuori, dichiarandosi estranea a procedimenti penali che riguardano i singoli. Tuttavia i legali confermano che, almeno per quanto riguarda i due ingegneri, l’ipotesi accusatoria è stata formulata proprio in virtù del ruolo apicale che ricoprivano nell’Agenzia interregionale per il fiume Po, che secondo la Procura avrebbe sottovalutato l’allerta e avrebbe commesso i due errori fondamentali (il malfunzionamento delle casse d’espansione di Montecchio, intasate da rami e tronchi d’albero, e il mancato rinforzo della “corda molle”, l’argine di Lentigione notoriamente più basso) che trasformarono una “piena non eccezionale” e gestibile in una marea di fango.

Un vero e proprio disastro, che tra l’11 e il 12 dicembre 2017 riversò sulla frazione 10 milioni di metri cubi d’acqua, provocò l’evacuazione di 1.100 persone, danni stimati in 105 milioni di euro e perfino una vittima indiretta. Il 14 dicembre infatti un anziano che stava cercando di liberare dal fango la sua abitazione fu colto da un malore e morì.

«Devo ancora studiare le carte, sono più di 3.500 pagine. Sarà un procedimento molto tecnico e complesso ed è prematura qualsiasi considerazione», ha dichiarato l’avvocato Giulio Garuti del Foro di Modena, difensore di Valente.

Poiché il termine per le difese – che possono presentare memorie difensive o chiedere un interrogatorio – è il 10 settembre, il professor Garuti prevede che «si andrà a fine agosto».

Vista la mole degli atti è cauto anche l’avvocato Paolo Trombetti del tribunale di Bologna, difensore di Vergnani, stimata professionista che, raggiunta per telefono, si è trincerata dietro ad un «no comment».

«La mia cliente è rimasta sorpresa della formulazione del capo d’accusa, che lei respinge come non fondato – ha spiegato il legale Trombetti – Da un primo esame posso dire che l’ingegner Vergnani non appare responsabile di eventuali carenze che non competevano a lei, ammesso che quelle carenze sussistessero. Siamo in aperto contrasto con la tesi del pm. Le presunte responsabilità attribuite ad Aipo derivano in gran parte da consulenze che sono state fatte senza la nostra partecipazione; ne siamo venuti a conoscenza solo ora, con il deposito degli atti. La consistenza della tesi accusatoria sarà da valutare con nostri consulenti di parte». —

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