Gazzetta di Reggio

Reggio

«La strage di Bologna per distogliere da Ustica? Penso sia possibile»

Evaristo Sparvieri
«La strage di Bologna per distogliere da Ustica? Penso sia possibile»

Gatti, fratello di Domenico, il comandante del Dc 9 precipitato il 27 giugno 1980 «Credo ci sia un legame: nelle motivazioni politiche per la destabilizzazione»

5 MINUTI DI LETTURA





Evaristo Sparvieri

REGGIO EMILIA

«La strage del 2 agosto per distogliere da Ustica? Io penso sia possibile. Credo che ci sia stato un momento nel quale motivazioni politiche si collegavano fra di loro per raggiungere uno scopo. C’erano tensioni fra Gheddafi e l’America, c’era la guerra fredda. E c’erano azioni per portare alla destabilizzazione. È il grande capitolo dei misteri d’Italia». Sono passati quarant’anni, esattamente come quel 2 agosto 1980 in cui Bologna venne ferita a morte dalla strage in stazione: una ferita ancora aperta, al pari della strage di Ustica, che il 27 giugno di quello stesso anno – poco più di un mese prima – costò la vita ai 77 passeggeri e ai quattro membri dell’equipaggio del Dc 9 della compagnia aerea Itavia, diretto da Bologna a Palermo, precipitato in mare al largo dell’isola siciliana. A comandare il velivolo, il comandante reggiano Domenico Gatti, che oggi avrebbe 84 anni. E che il fratello Edoardo, titolare in città dell’omonima autoscuola, ricorda come una «persona precisa e pignola, quasi a livello esasperato»: «Non era mica come me... – aggiunge Gatti – aveva cominciato al Campovolo, era appassionato, amava pilotare gli aerei potenti».

Ustica e 2 agosto. Due stragi che hanno colpito Reggio da vicino (sono due le vittime reggiane dell’attentato in stazione, Vittorio Vaccaro e sua madre Eleonora Geraci), che domani saranno commemorate dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua visita istituzionale a Bologna, con tappe alla stazione e al museo in cui sono custoditi i resti del Dc9 recuperato dai fondali marini.

«Parlare di Ustica è importante perché è importante rinnovare la memoria – afferma Gatti – e impedire che questa strage finisca nel dimenticatoio, anche se poi succede che i riflettori si riaccendano per un periodo per poi spegnersi di nuovo a lungo. Fa piacere che il presidente della Repubblica renda omaggio alle vittime: Mattarella è una brava persona, di animo buono, gliene siamo grati».

A differenza della strage in stazione, per la quale nonostante i ripetuti depistaggi i processi hanno accertato in via definitiva le responsabilità dei Nar, con la nuova inchiesta sui mandanti che vede fra gli indagati anche la Primula Nera reggiana Paolo Bellini, ex Avanguardia nazionale, per la strage di Ustica non sono stati individuati i responsabili, nonostante il lungo e difficile lavoro investigativo condotto all’epoca dal giudice istruttore Rosario Priore. E nonostante le sentenze su risarcimenti e responsabilità ministeriali. Recentemente, grazie alla Rai è stato possibile ricostruire le ultime parole pronunciate dal copilota Enzo Fontana: “Guarda cos’è?”, avvalorando quella che secondo Edoardo Gatti rimane l’ipotesi più credibile, ovvero che il Dc 9 sia stato colpito da un missile partito da Mig libici.

«Lavoriamo sempre su poco e di sviluppi concreti non ne vedo molti – spiega Gatti – Personalmente ricordo che avevamo trovato con un comandante dell’Aeronautica un nastro nel quale c’era frase significativa che disse mio fratello in volo: “Questa notte sembra un cimitero. È come se ci fossero dei lumini...”. Secondo me erano missili. Ma a distanza di quarant’anni, ci sono ancora politici che parlano di bomba a bordo, quando ci sono relazioni mediche che attestano che a colpire l’aereo sia stato un missile, perché nei corpi delle vittime c’era una sostanza che si trova solo nei missili».

Un mistero sepolto da segreti di Stato, che ha interessato anche l’audio ricordato da Gatti, senza tuttavia arrestare la sete di verità. Un dovere per onorare le 81 vittime: «Verso le 4 del mattino del 28 giugno 1980 mi telefonò il comandante dell’Aeroporto di Bologna. Mi disse che l’aereo era stato dirottato in Libia. In realtà, come ricostruito dalla Bbc, in un’ipotesi che ha anche riscontri giudiziari al pari di quella dell’esercitazione con navi della Nato al largo del golfo di Salerno, secondo me c’era una battaglia in cielo fra tre Mig libici, di cui uno in fuga. E la fonte di calore del Dc9 ha attirato il missile. L’aereo con un sussulto ha colpito uno dei Mig poi andato a cadere sulla Sila, dove, quando è stato trovato, il riscontro medico ha stabilito che il pilota era morto circa venti giorni prima, rendendo plausibili le date con la strage di Ustica. In cielo quella notte c’era una situazione “confusa”: il Dc9 a dodicimila metri doveva passare indisturbato. Un altro elemento di difficile comprensione è che l’impatto è avvenuto in una zona non assistita dai radar: il radar di Bologna non la copriva, quello di Palermo non aveva ancora preso in carico l’areo».

Su quell’aereo pilotato dal fratello, avrebbe dovuto salire anche Edoardo Gatti, pilota e campione automobilistico atteso in Sicilia per una gara: «La mia auto per la gara non era pronta e non partii – ricorda ora – Quel giorno le nostre mogli erano al mare. Io e mio fratello pranzammo insieme, poi lui partì. Su quell’aereo ci sarei dovuto essere anch’io. Sarei precipitato insieme alle altre vittime».

Straziante, nel ricordo di Edoardo Gatti, il momento del riconoscimento dei cadaveri: «È stato impressionante recarsi all’ospedale di Palermo alla ricerca del corpo di mio fratello. C’erano fuori una ventina di donne che piangevano a pagamento. Solo cinque corpi potevano essere ospitati nella stanza frigo. Gli altri erano nel seminterrato. C’era un odore davvero difficile da sopportare. Ricordo che alcuni corpi a causa della depressurizzazione rimasero senza occhi. Un cadavere aveva un occhio solo, che aveva impresso la paura: tre minuti e mezzo per precipitare da 12.000 metri. Tre minuti e mezzo interminabili».

Ma si arriverà prima o poi alla verità? Oppure il tempo rischia di mischiare ancor di più le carte, rendendo i segreti ancora più fitti e i misteri ancora più opachi?

«Sedici persone che gravitavano attorno a questo episodio sono nel frattempo morte – conclude Gatti – Io temo di non poter avere la soddisfazione di riuscire a sapere cosa sia successo veramente. Resta un ricordo che mi porto nel cuore, come una ferita aperta. La costante del tempo dimostra che non tutto è finito nel dimenticatoio, ma da qui a scoprire la verità penso che il cammino sia ancora molto molto lungo». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google