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Spanò, un bravo ragazzo? Meglio: un uomo normale

Stefano Scansani
Spanò, un bravo ragazzo? Meglio: un uomo normale

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani. Una lettera aperta per il capitano della Reggiana

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REGGIO EMILIA. Caro Spanò, lei ha preferito gli studi al calcio. E in queste giornate di sorpresa, curiosità e commenti generati dalla sua scelta, l’hanno definita in parecchie maniere. L’“ex ragazzino”, “il dottore”, “una bandiera”. Io preferisco chiamarla “un uomo normale”.

Capiamoci. Non voglio affermare che gli altri giocatori che ancora stanno in campo e affronteranno partite, partite e ancora partite, abbiano doti diverse o qualità inferiori. Dico che lei ha deciso di assestare una capriola alla sua vita in un momento nel quale tutto poteva concorrere a un protagonismo lungo: i suoi 26 anni, la fascia di capitano della Reggiana, la squadra che con lei ha superato la grande crisi e ha meritato la B.

Sa, siamo immersi in un mondo dove l’“abbandono” ha un significato di resa, oppure riserva salti in direzione di opportunità più vantaggiose. Questi casi non la riguardano, perché il suo passo è coinciso con una vittoria, e non è orientato verso un vantaggio, una condizione superiore. Perché lei dovrà molto studiare, viaggiare, sottoporsi a prove, partecipare a concorsi e trovare un lavoro. Correre.

Ecco perché l’ho definita “un uomo normale” quanto la sua preferenza, in un mondo che invece ama molto le ubriacature della notorietà, anche medie o piccole. In un mondo – quello del calcio – che ogni tanto dà la parvenza di essere intossicato, irrinunciabile, tribale, e che di conseguenza produce crisi di astinenza nei suoi protagonisti. Campioni e campioncini. Lei, invece, si astiene. Lascia. Devo confessarle che ho anche pensato male. Se la Reggiana contro il Bari quel mercoledì sera non avesse vinto, e lei il giorno dopo si fosse comunque laureato annunciando l’addio, il suo gesto forse avrebbe subito altre interpretazioni.

Squadra battuta, capitano deluso, Spanò se ne va. Sarebbe stata una finale, sarebbe stato un finale diverso?
No. So che aveva preparato la lettera per la società prima della semifinale col Novara e che – come lei racconta – la decisione da tempo era stata “consapevolizzata”. Strano termine pronunciato da un calciatore, nato a Giussano, mamma milanese, papà calabrese di Giffone, formazione a Cesano Boscone, maturità scientifico-tecnologica.

Molto studio, tanto calcio, e un’attenzione poliedrica alle esperienze nel volontariato, alle letture dedicate all’innovazione e alla tecnologia. Quando ho chiesto delle ultime sue letture, lei mi ha risposto “dipende dai periodi perché accetto consigli”, ho intuito la sua attenzione per la crescita personale, alla sua voglia di conoscenza oltre il perimetro sportivo. La sua relazione con la città va al di là del campo, degli allenamenti, dei risultati.

Quello che lei ha nutrito per Reggio Emilia è affetto, quindi un sentimento. Sostanzioso sostantivo raro nei tempi contemporanei. Il sentimento sta nel suo annuncio: “Il mio destino è compiuto.
Ora devo seguire ancora una volta il mio cuore. Ci sono altre parti dentro di me che sgomitano per avere spazio, ed è giunto il loro momento”.

Si è laureato all’indomani della partita. Via la casacca, in testa l’alloro. E neanche era stanco. E se ci fosse stato un seppur minimo infortunio durante il match? Lei dice che con l’esperienza del ginocchio rotto anche il dolore ha un senso.

A questo punto della storia potrebbe esorbitarle addosso l’etichetta del “bravo ragazzo”, come se tra i venti-trenta-quaranta-cinquantenni questa fosse una categoria rara, un po’ retorica, anche banale. Preferisco la definizione “un uomo normale”. Ce n’è un bisogno formidabile. E so che Reggio le ha fornito molti strumenti e parecchia umanità per costruirsi.

Quindi, lei vada dove vuole, al master in “International Business” alla Hult Business School, prima a Londra e in seguito a Shanghai, in Cina, poi al “Disruptive Innovation” di San Francisco, negli Stati Uniti... Lei è un brano di Reggio.

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