Le parole di Adele Incerti, che a Bologna perse il marito 23enne: «Quel 2 agosto si è fermata la mia vita»
Adele Incerti di Casalgrande perse il marito Vittorio Vaccaro, all’epoca 23enne, e la suocera Eleonora Geraci, di 46 anni: «È importante tramandare la memoria: nessuno dovrà mai più vedere e subire ciò che abbiamo visto e subito noi»
REGGIO EMILIA. «Sono passati ormai quarant’anni, ma la mia vita si è un po’ fermata lì. È un ricordo sempre molto doloroso. Ma penso che la memoria sia fondamentale perché accadimenti del genere non si ripetano più. E i giovani devono sapere cosa è successo. Non lasciamo soli i magistrati». Dolore, rabbia, delusione. Ma anche consapevolezza, dignità, impegno, tenacia, perseveranza nella ricerca di verità. E la discrezione con cui ormai da quarant’anni la 61enne casalgrandese Adele Incerti convive con una ferita indelebile, rimasta aperta nella storia dell’intero Paese. Esattamente quarant’anni fa, il 2 agosto 1980, la bomba alla stazione di Bologna provocò la morte del marito, Vittorio Vaccaro, all’epoca appena 23enne e di sua suocera, Eleonora Geraci, di 46 anni, le due vittime reggiane del più efferato attentato della storia della repubblica italiana, che costò la vita a 85 persone, provocando oltre 200 feriti.
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Madre e figlio si trovavano a Bologna per caricare una parente arrivata dalla Sicilia. Vaccaro aveva portato la madre in auto e i due erano in attesa del convoglio, a pochissimi metri dall’epicentro. L’esplosione li uccise sul colpo. Vittorio lasciò la giovane vedova Adele, all’epoca 21enne, e la figlia Linda, che aveva appena quattro anni. Due vittime che da dieci anni i Comuni di Scandiano e Casalgrande ricordano anche attraverso le borse di studio per studenti intitolate “Bologna ore 10.25 - Rimetti a punto le lancette della memoria”, organizzate in collaborazione proprio con le famiglie delle vittime.
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«È uno dei momenti pubblici ai quali tengo – ammette Adele – La memoria è importante. Ed è importante parlare ai giovani, nelle scuole. Questi accadimenti non devono più succedere, nessuno deve vedere e subire ciò che visto e subito noi».
L’orologio in stazione è ancora fermo lì, da quarant’anni, con le lancette fisse alle 10.25, l’ora dell’esplosione che distrusse un’intera ala dell’edificio, seminando morti e feriti e aprendo uno squarcio nella storia italiana.
«Avevo 21 anni. E una bimba di quattro. Mi sono ritrovata in questo contesto di violenza unica. È stato uno shock. Io e mio marito eravamo giovani. Vittorio era un ceramista. Quando mi hanno detto che era morto per una bomba, ho detto: “ma come morto con una bomba...”. Noi eravamo due sposini, ci eravamo sposati da poco. Ci hanno portato via i nostri sogni, come fatto alle altre vittime e ai loro familiari. Ho passato i miei anni senza capire il perché. E chiedendomi perché tutto questo fosse successo a me, a noi: persone che hanno sempre lavorato, cresciute con un’etica all’insegna dell’onestà e dei sacrifici, che si sono trovate in questo evento troppo grande da affrontare».
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Un’assenza che, a distanza di quarant’anni, ha lasciato un vuoto che Adele Incerti percepisce ancora oggi, a partire dalle piccole cose quotidiane: «A volte mi stupisco del fatto di non essere cambiata dopo aver affrontato tutto questo. Ma penso anche di essere fortunata. Ho visto crescere mia figlia, ho le mie nipoti. Ogni tanto mi chiedono cosa farebbe il nonno in un determinato momento. Ecco, queste sono le piccole ferite che mi porto dentro. Ma penso anche che per loro, per le mie nipoti, sia giusto cercare ancora la verità, a distanza di quarant’anni, anche se è un percorso molto difficile».
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Quarant’anni di processi, che da un punto di vista giudiziario hanno fissato alcuni importanti tasselli, individuando nei Nar gli esecutori dell’attentato, ovvero Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, i primi tre in via definitiva e l’ultimo in primo grado, dopo la sentenza all’ergastolo di gennaio.
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Un cammino giudiziario doloroso per i familiari delle vittime, portato avanti con determinazione dall’associazione, sempre a testa alta davanti alle provocazioni degli allora imputati: «Quando vedevo i ghigni e i sorrisi di Mambro e Fioravanti in aula, come se noi vittime fossimo i colpevoli di chissà cosa, mi dicevo: ma davvero siamo questo? Davvero siamo così? Io penso che l’Italia non sia questa. Che gli italiani siano altro. Se siamo arrivati ad avere queste verità, è anche grazie al coraggio e alla determinazione del primo presidente dell’associazione Torquato Secci: ha dedicato la sua vita a questo impegno, alla ricerca di giustizia, nonostante le ripetute delusioni della classe politica, che si riempie la bocca di belle parole ma poi nei fatti cambia poco e niente. È avvenuto anche con la desecretazione degli atti coperti da segreto».
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Uno scenario giudiziario dal quale, finora, sono esclusi invece i mandanti, al centro dell’ultima inchiesta della Procura Generale di Bologna, per la quale a maggio è stato chiesto il rinvio a giudizio della Primula Nera reggiana, Paolo Bellini, ex Avanguardia nazionale, considerato dagli inquirenti il quinto uomo della strage, colui che portò materialmente la bomba in stazione.
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Insieme a Bellini, richiesta di rinvio a giudizio anche per l’ex generale del Sisde Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, per depistaggio, e per Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli a Roma, per false informazioni al pm, ancora per sviare le indagini. Ma l’inchiesta della Procura, un terabyte di atti giudiziari, si è concentrata soprattutto su persone che in un’aula di tribunale non potranno essere più portate, perché decedute.
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Ma che, simbolicamente, hanno un grande peso: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi, accusati, da morti, di essere “le menti”, cioè mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato. Nomi attraverso i quali i magistrati tornano a puntare il dito sulla P2 e sugli apparati deviati dello Stato.
«Gelli, la P2... Dopo quarantanni mi chiedo: scoprirò tutta la verità? Vorrei capire perché mia figlia non ha avuto un padre, perché le mie nipoti non hanno un nonno Nessuno deve dimenticare. E tutti dobbiamo ricordare queste vittime. Sono persone morte ingiustamente. Hanno fatto di tutto per cercare di farci smettere di pensare. Ma questo non succederà mai».
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